Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Archive for the ‘come parli, frate’ Category

Recenti Maestri

Su feisbuc c’è lo status di un tipo che’tramite cellulare’, colto da un irrefrenabile raptus scribendi, vuol far sapere al mondo che durante un viaggio, privo di altro, si è ritrovato a rileggere la sua opera prima (o seconda?): “è pazzesco, mi ha catturato come se fosse la prima volta, come se non l’avessi scritto io, come se non sapessi a memoria la trama… e mi ha fatto ridere, piangere, riflettere e dire “Diamine,( e qui, autonominandosi, passa ad un confidenziale tu con sé stesso) come puoi averlo scritto tu?!”. C’è anche lo spazio per un postscriptum: “Ho ancora un’ora di viaggio e tanta voglia di ricominciarlo… Sarà patologico?”. una commentatrice scrive che anche a lei succede così, che anche lei ama molto rileggere i suoi libri e pensare: “Diamine, ma come posso averlo scritto io un capolavoro siffatto?”.

Amba Aradam

Sarebbe cosa buona e giusta che chi usa l’orribile termine ‘ambaradan’ scomparisse dalla faccia della terra proprio quando si accinge a pronunciare l’ultima fatale sillaba ( -an(sic!) piuttosto che -am) e fosse delocalizzato, per ucronico contrappasso spazio-temporale, in un luogo ed in una data precisa: nella località di Amba Aradam, a 500 km da Addis Abeba, nel giorno 15 febbraio del 1936 per vedere che cosa significava essere ‘uno dei ventimila etiopi’ che perirono lì in quel giorno, a causa anche del massiccio uso dei gas venefici sparati dal nostro(?) esercito su ordine del generale Badoglio e vedere se gli torna l’uzzolo di pronunciarla di nuovo quella parola.

Contezza

“ […]Sarà cura, pertanto, dell’istituzione scolastica, una volta avuta contezza delle proprie risorse di organico,…”
“Cosa ha detto, dott.ssa? “una volta avuta”…che cosa?” (continua…)

Le paturnie di un neodeputato

Che cosa ha Edoardo Nesi più di me? Praticamente tutto. È più bello di me. È più alto di me. È più ricco di me. È più toscano di me che sono invece marchigiano. È pure più boccoluto di me e guardandolo lì nella foto puoi ammirare il mélange perfetto dei grigi, dei bianchi e del nero tra barba diligentemente négligè e quei capelli lunghi q.b. (continua…)

Tirarsela

La stupidità non arriva mai da sola. Spesso infatti si fa accompagnare da solerte cortigiane che volentieri la scortano, intrise come sono della sua stessa miserabile natura: ignoranza, volgarità, cialtroneria, arroganza, superficialità. Nella ‘recensione’ che oggi appare nel Venerdì di Repubblica a proposito del libro ‘Inclini all’amore’ (Playground) ce n’è una prova di abbagliante chiarezza: (continua…)

Prove inconfutabili

Due prove inconfutabili della non esistenza di un dio del teatro: 1) gli utilizzatori finali di cellulari, che trillano/vibrano ad abundantiam durante la messa in scena, alla fine della rappresentazione, se ne tornano a casa sani e salvi, senza essere stati inceneriti, come avrebbero giustamente meritato, dalle folgori giustiziere del dio( che non c’è, per l’appunto, e quindi non ha potuto incenerirli nel momento stesso in cui il loro cellulare barbaramente risuonava); 2) l’abuso delle Variazioni Goldberg ( il primo/ultimo movimento, come sempre accade) dovrebbe essere proibite in qualsiasi rappresentazione, più o meno come accade a certi titoli in borsa, quando vengono ritirati per eccesso di ‘contrattazione’. ( in margine allo spettacolo ‘Rosso’ -Teatro dell’Elfo)

Il giudice, l’albero, il morituro.

Vari, a leggere ciò che scrive Steven Pinker nel suo ‘Il declino della violenza’(Mondadori, 2013), potevano essere i motivi per cui veniva comminata la pena di morte all’inizio dell’età moderna: pettegolezzo, furto di cavoli, raccolta di legna nei giorni festivi, critica ai giardini del re,…Ma, dopo qualche secolo,  il furor dell’omicidio di stato non s’era certo placato: per esempio, nel 1822, in Inghilterra, i reati punibili con la morte erano 222. Tra di essi, il bracconaggio, la contraffazione, il furto di una conigliera, l’abbattimento di un albero. Ogni tanto mi vengono in mente opinioni che non condivido, come accadeva a quel personaggio di Altan, ma confesso di provare una certa eccitazione pensandomi nei panni del giudice che, con una specie di giudizioso contrappasso, mandava a morte chi aveva ammazzato un albero.

Nebbia folta

Nel’epoca dell’opinionismo coercitivo di massa ( tutti debbono avere per forza un’opinione su tutto e tutti, tutti sono diventati dietrologi e contemporaneamente avantologi sopraffini, tutti sono a conoscenza di risvolti segreti e di misteri che aprono squarci di verità su questo o quell’evento) torna in mente la riflessione amara e veritiera del Ricordo 141 di Francesco  Guicciardini: “Non vi maravigliate che non si sappino le cose delle età passate, non quelle che si fanno nelle provincie o luoghi lontani: perché, se considerate bene, non s’ha vera notizia delle presenti, non di quelle che giornalmente si fanno in una medesima città; e spesso tra ‘l palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che, non vi penetrando l’occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India». Ieri, in qualsiasi posto si andasse, tutti sapevano e confidano proprio a te, privilegiato destinatario, i veri motivi delle dimissioni del pastore tedesco. Quando poi l’interlocutore che ci aveva spifferato cotanta verità ci domandava che cosa ne pensassimo, quando sommessamente gli si rispondeva che non ne pensavo niente e che del papa e delle sue dimissioni mi interessava quanto dell’acqua alta a Venezia, l’interlocutore si irrigidiva, mi guardava in tralice, si sentiva offeso da quell’essere privo di opinioni.

Ce ne ricorderemo, di questo pianeta.

Una volta era l’autore ad avere l’ultima parola in merito al destino postumo dei propri scritti:  famiglia ed editore rispettavano doverosamente i suoi ultimi lasciti testamentari, soprattutto quando in essi l’autore spiegava che cosa fare degli inediti, dei carteggi, delle  note sparse,… (continua…)

Pioggia in bocca

E così anche lo schivo, umbratile D’Arrigo non si è sottratto all’ italico stigma della raccomandazione. Paolo Conti, infatti, in un articolo apparso ieri sul Corriere, riporta alcuni stralci di una inedita lettera del 1957 scritta da Guttuso, affinché il suo conterraneo prendesse atto di ciò che occorreva fare per sperare di poter ricevere un premio in occasione della pubblicazione di una sua silloge poetica. La lettera di Guttuso è una piccolo concentrato di gesuitismo e ruffianeria:“Non aspettare la pioggia in bocca. Il merito è solo una parte, per il resto bisogna dire almeno: ‘Presente’. Non fremere, s’intende, e figurati se sarò io a consigliartelo. Ma non aiutare la gente a dimenticare. Capito?”. I maneggi guttusiani però non ebbero buon esito: fu Pasolini, con ‘Le ceneri di Gramsci’, a vincere quell’anno il Viareggio. Il buon D’Arrigo si dovette accontentare del più limitrofo Premio Crotone, un anno dopo. Curiosa la chiusa dell’articolo del Conti Paolo che si presta a più di una ironica considerazione :”Stagione di giganti. Irripetibile, nemmeno a dirlo”. Sta parlando il nostro di un ‘Titanismo’ che c’era sfuggito; quello raccomandatorio, per caso? E poi, è davvero ‘irripetibile’ quella stagione o essa altro non è che la più perfetta e plastica autobiografia della nostra nazione?