Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Archive for the ‘letture’ Category

Gaglioffo


“Se lei vuol dire che io sono stato un gaglioffo, lo dica pure: mi troverà del tutto consenziente. Le dirò che l’invidio l’uso di una lingua che ha una parola così sapida per designare un poco di buono: ga-gliof-fo; bella, bellissima.”
( Giorgio Manganelli, Le interviste impossibili, Adelphi, 1997, pag. 29).

Costruire letti perché ci dormano gli altri


Come contravveleno alle polemiche sul ‘Partigia’ di Sergio Luzzatto, riapro qua e là ‘Le lettere di condannati a morte della Resistenza italiana’, due volumetti editi dall’Unità ‘veltroniana’ nel febbraio 1993. Ogni lettera è preceduta da una scheda il cui tono, emendato da ogni enfasi o retoricismo, pare quello di un telegramma quasi rap, con l’interpunzione sostituita da trattini dickinsoniani. Non so bene il perché di questa scelta, ma la trovo sapiente, perfetta, persuasiva. Poi, ognuna di esse, ha uguale l’incipit ( ” Di anni…”) e l’explicit ( “Fucilato il giorno…”): muta l’età, la professione, le circostanze della cattura, il tempo intercorso tra essa e la fucilazione dello scrivente. C’è una lettera di Pietro Benedetti, di anni 41, ebanista, fucilato il 29 aprile del ‘44 sugli spalti di Forte Bravetta di Roma scrive una frase con la quale condensa superbamente il senso più profondo della lotta partigiana: ” Non per niente costruiamo i letti perché ci dormano gli altri”.

Lastra di rame

“Trovare parole per ciò che si ha dinnanzi agli occhi: quanto può essere difficile. Ma quando esse arrivano, allora è come se battessero con dei piccoli colpi di martello contro la superficie del reale, sino a sbalzarne, come da una lastra di rame, la forma” ( Walter Benjamin, Immagini di città, Einaudi, 2007, pag. 79, trad. Marisa Bertolini).

Il senso di Tolstoj per i capolavori

“Secondo l’opinione di Tolstoj, I Fratelli Karamazov era “antiartistico, leggero ammiccante, incompatibile con i grandi problemi”

( Elif Batuman, I posseduti, traduzione di Eva Kampmann, Einaudi, 2012, pag.122)

“L’unica impressione positiva che Tolstoj aveva ricavato da quella messinscena [Zio Vanja di Cechov] era stato lo stridio di un grillo nell’ultimo atto. Un attore famoso aveva passato un intero mese a imparare quel verso da un grillo dei bagni pubblici di Sandunov. Tuttavia il suo magistrale frinire non bastò a bilanciare la terribile impressione generale che Zio Vanja fece a Tolstoj. – Dov’è il dramma?- gridò una volta Tolstoj quando fu menzionata quell’opera. Arrivò addirittura ad arringare gli attori dicendo che Astrov e Vanja avrebbero fatto meglio a sposare due contadine e  a lasciare in pace la moglie del professore”

( Elif Batuman, I posseduti, traduzione di Eva Kampmann, Einaudi, 2012, pag.140)

Saltuario

” Tutti siamo condannati a morte quanti siamo uomini. Secondo Pascal, “l’image de la condition des hommes”, è quella stessa di un gruppo d’uomini in catena e dannati alla pena capitale, di cui ogni giorno alcuni siano sgozzati sotto gli occhi degli altri che rimangono. Se non avvertiamo che tra noi e quegli uomini non c’è nessuna differenza, gli è perché non è vero che noi uomini sappiamo, a differenza degli animali, che morremo.(Rensi, Aporie,71): Il pensiero della morte è in noi esterno, saltuario, superficiale: non è mai attuale coscienza. (Forse, provvidenzialmente). E la morte, secondo osserva Simmel, ” è sempre un venir uccisi, tanto che ciò si operi mediante il coltello o il veleno, quanto mediante i microbi della tubercolosi o il cardiopalma” (Rensi, ibid.). (Guido Morselli, Diario, Adelphi, 1988, pag. 67).

Surplus

“Il surplus alimentare è essenziale per la nascita e la proliferazione di quelle figure sociali non dedite in permanenza alla produzione di cibo, figure che una popolazione nomade non può permettersi. Tra questi nuovi “specialisti” ci sono gli uomini di governo. Nelle società di cacciatori-raccoglitori, che sono in genere egualitarie, non si trovano né monarchie ereditarie né apparati burocratici, e l’organizzazione politica non va oltre il livello della banda e dalla tribù. Tutti gli adulti abili al lavoro sono impegnati in permanenza a procacciarsi cibo, e non hanno tempo per altro. Viceversa, dove le risorse alimentari si accumulano, può accadere che una élite riesca ad affrancarsi dalla necessità di produrre, e che anzi ottenga il controllo del lavoro altrui, imponendo tasse o altro e dedicandosi così a tempo pieno al governo. Ecco perché le società agricole di medie dimensioni si organizzano in potentati vari e quelle più grandi diventano veri e propri stati”. ( Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi, 1998, pag. 65)

Penso

“[...] la verità è questa: in niente di niente noi siamo meglio delle persone che continuiamo a ritenere insopportabili, disgustose, ripugnanti insomma, persone con cui sosteniamo di voler avere a che fare il meno possibile, mentre a dir la verità abbiamo continuamente a che fare con loro e siamo identici a loro. Rimproveriamo a questa gente tutti gli atteggiamenti  insopportabili e disgustosi che si possono immaginare, mentre noi non siamo affatto meno insopportabili e disgustosi di loro, anzi forse siamo ancora più insopportabili e disgustosi di loro, penso.”( Thomas Bernhard, A colpi d’ascia, Adelphi, 1990, trad. Agnese Grieco e Renata Colorni, pag. 218-219).

Il mio, il tuo

C’è poco da fare: queste due questioni- l’amore, l’amicizia- rifuggono ad ogni tentativo di analisi raziocinante, si ribellano ad ogni indagine che tenti di catturarne il mistero, ci sfuggono come se tentassimo di imprigionare tra le mani una conca d’acqua, come se volessimo impedirne la caduta. (continua…)

Amor fati

L’essenza di questo libro ( Sara Bakewell, Montaigne, L’arte di vivere, Fazi) che è uno splendido portolàno per chi voglia compiere un periplo attorno a quel continente vasto che è l’uomo Montaigne ( un’umanità vasta, contradditoria, affascinante almeno tanto quanto lo è stata la sua opera) è contenuta in una breve chiosa autobiografica, a pag. 376, quando l’esplorazione dei giorni, dei pensieri e degli affetti, della storia e delle opere del grande filosofo è terminata e, come si conviene ad ogni opera  in odore di  accademia, si apre la leziosa pagina dei ringraziamenti. Scrive la Bakewell della sua indimenticabile ‘prima volta’, vent’anni prima la composizione di questo libro, in quel di Budapest: “ero disperatamente alla ricerca di qualcosa da leggere in treno ed in un mercatino dell’usato presi l’unico libro in inglese che c’era: una copia da due soldi dei Saggi. Non c’è nessuno in particolare che posso ringraziare per questa piega degli eventi; solo la Fortuna, e la verità montaignesca secondo cui le cose migliori nella vita ti capitano quando non ottieni ciò che pensi di volere”. Un incontro casuale, imprevedibile che diventa il centro attorno a cui si concentra un’intera esistenza: perché è ovvio, se da quel giorno si scrive Bakewell,  si dovrà leggere Montaigne. E viceversa. Qualcosa di molto simile ( un provvidenziale affastellarsi di circostanze, un’incontro fortuito che diventa il viatico per l’inizio di una formidabile autoagnizione) accadde ad Antonio Tabucchi che ricordava spesso e volentieri come la sua carriera letteraria fosse iniziata presso un bouquiniste alla Gare de Lyon. Lì si imbatté in un libretto dal titolo Bureau de tabacs(Tabacaria) firmato Alvaro De Campos, uno dei tanti eteronimi di Fernando Pessoa, che acquistò solo per la vaghezza strana del titolo e di quell’autore che significava Persona, cioè Maschera. Analoga occasione quella occorsa ad Alessandro Fo che ricorda, in un numero de Il Caffè illustrato, come gli “avvenne casualmente di scoprire una copia di Lo splendido violino verde in una libreria dell’usato a Trieste, e ne fui tanto catturato da desiderare d’intermettere ogni altro studio per dedicarmi a lungo, interamente a Ripellino”. Niente come il caso può indicarci il tragitto giusto. Niente come questo libro ci aiuta a capire quanto Montaigne- la sua cultura, il suo tempo, la sua biografia- ci riguardi da vicino.

Nada nostro

Alcuni ci vivevano e neanche se ne accorgevano, ma lui lo sapeva che tutto era nada y pues nada y nada y pues nada. Nada nostro che sei nel nada, nada sia il tuo nome ed il tuo regno, nada la tua volontà in nada come in nada. Dacci oggi il nostro nada quotidiano e rimetti a noi i nostri nada come noi rimettiamo ai nostri nada e liberaci dal nada; pues nada. Ave o nulla pieno di nulla, che il nulla sia con te. ( Ernest Hemingway, Un posto pulito, illuminato bene)

Ciò che mi sembra bello, quello che vorrei fare, è un libro su nulla, un libro senza appigli esteriori, che si tenesse su da solo per la forza intrinseca dello stile, come la terra che si regge in aria senza bisogno di sostegno; un libro quasi senza soggetto o almeno il cui soggetto fosse, se possibile, quasi invisibile. Le opere più belle sono quelle che hanno meno materia; più l’espressione si approssima al pensiero, più la parola vi aderisce e sparisce, più è bello. Credo che l’avvenire dell’arte sia su questa strada. ( Gustave Flaubert, lettera a Louise Colet, venerdì sera, 16 gennaio 1852)