Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Archive for the ‘sopire e (s)troncare’ Category

A dio non piacendo

Piccolo cut-up dagli articoli apparsi su di un quotidiano italiano(‘la Repubblica’) in un giorno qualsiasi di metà agosto 2012. E tutto questo sulle colonne di un giornale che un tempo, in un paese dominato dalle questioni e dai diktat imposti da SantaMadreChiesaCattolicaApolistica, era considerato un bastione del pensiero laico e dell’antidogmatismo razionalista.

Famiglia Cristiana attacca CL(pag.10 tutta, tranne pubblicità Sustenium plus-4 mezze colonne): “[…]l’ennesima tappa della guerra fra due concezioni del ruolo dei cattolici nella società su cui da sempre si contrappongono i frati paolini e i seguaci di Don Giussani”

Obama-Romney: sfida sulla fede (pag.15 tutta): […] “[…]Dovremmo riconoscere il Creatore così come fecero i Padri Fondatori- nelle cerimonie  e nelle parole. Il Creatore dovrebbe restare sulle nostre monete, nelle nostre promesse, nell’insegnamento della storia”.

L’intervista: Don Marco, assistente dell’arcivescovo, e i dubbi sulla consegna dei 10mila euro(pag.18 due colonne in calce affiancate dalla pubblicità Annamaria Cammilli Firenze ): “Archinà veniva spesso da noi in Arcivescovado. E l’Ilva sovvenzionava frequentemente le iniziative della Chiesa. Lui ed il monsignore si chiudevano nella stanza. Io non so quanti soldi venivano volta per volta versati. Certo, se hanno strumentalizzato la nostra buona fede, sono indifendibili[…]”

Bellocchio racconta l’Italia del caso Englaro(pag. 42 tutta): […] Ma si sa , in Italia non si governa se non con il Vaticano, che naturalmente non era d’accordo, quindi non poteva esserlo neppure il premier Berlusconi”.

E Arbasino inventò Facebook


Certo rimane difficile immaginarsi la testa ricciuta di Mark Zuckerberg, il mercuriale Demiurgo del più diffuso dei social network, china sulle pagine di un libro italiano uscito una ventina d’anni fa, un testo capace di cartografare, senza sconti od omissioni per nessuno, la condizione antropologica dell’homo italicus nel ventennio 70/80. (continua…)

Un caso di Fazite

La Fazite è una pandemia contagiosa ed inestirpabile che miete, nel nostro tempo, vittime ad abundantiam, favorita anche dalla sua penetrante invasività che sfrutta sagacemente l’incantatoria persuasività del medium televisivo; la sua proliferazione incontrollabile, sparsa dalla voce chioccia dell’icona con pizzo del common sense, è favorita dal mortifero dilagare di dosi sempre più massicce di filosofia spicciola da generone, di sinossi di saggezza miserabile da coda alle Poste, di rimostranze da patetismo buonsensista alla ‘volemose bbene’. La rubrica “Buongiorno” di oggi sulla Stampa dimostra come anche Gramellini Massimo, che di Fazio è ospite fisso, sia l’ennesima vittima colpito da questo terribile morbo. Scrive infatti Gramellini che il Papa ieri sera, rispondendo in diretta Tv ad una bambina giapponese che gli chiedeva conto del terremoto («Perché i bambini devono avere tanta tristezza?»), non si era appellato a nessun illusionismo spiritualistico o escamotage religioso, ma aveva risposto alla bambina- scrive Gramellini-“ con un’ammissione di impotenza dotata di straordinaria potenza: «Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto». Potenza dell’inconsistenza camuffata da verità insondabile, circonfusa dalla doppia aura papale e televisiva : in realtà, una risposta che non spiega e non risponde alcunché, che andrebbe benissimo come distico finale di una poesia di un tredicenne innamorato e melanconico, o che poteva stare benissimo in bocca alla controfigura papale, la paffuta guardia svizzera che s’ingozza di dolci nelle stanze papali dell’ultimo film di Moretti. Ma invece Gramellini è tutto pervaso dalla potente beltà di questa non-risposta del papa e si avvia,nella sua rubrica quotidiana, ad un pistolotto finale che dimostra come ormai sia in avanzato stato di Fazite conclamata, con scarse speranze di guarigione:

“Per tutta la vita ci sentiamo sballottare da eventi che non afferriamo e siamo pervasi da un senso di inadeguatezza, come se ogni cosa sfuggisse al nostro controllo e il cinismo rappresentasse l’unico antidoto allo smarrimento. Ma appena diamo tregua al cervello e inneschiamo il cuore, sentiamo che tutto ciò che d’incomprensibile ci succede contiene un significato. E il fatto di trovarci al buio non significa che la stanza sia vuota, ma solo che bisogna aspettare che si accenda la luce.” Fiat lux, allora e, ancora, “vai dove si innesca il cuore”. A Gramellini, al papa, a Fazio non interesserà certo: ma io rimango felice qui al buio, nella stanza vuota e non voglio che nessun accenda la luce di ipotesi consolatorie e fallaci. Mi godo l’insensatezza e casualità di ogni esistenza, l’ incontrollabile irrazionalità con la quale il Caso spariglia tragitti ed esistenze, incrocia azioni e destini, convinto che proprio lo smarrimento, il cinismo e l’inadeguatezza che Gramellini classifica come la quintessenza della negatività siano proprio gli unici autentici, salvifici contravveleni che possiamo utilizzare.

Scoops ( 5 dritte per ‘Il Giornale’).

 

Questa foto che ieri campeggiava sulla prima pagina de ‘Il Giornale’ è in realtà un clamoroso autogol: infatti, per un riflesso quasi pavloviano, è naturale accostare quella foto, che ritrae la solare allegria di tre giovani corpi che ostentano una felicità pagana da domenica della vita, alla faccia funerea di Sallusti ed ai suoi girocolli catacombali , al sorriso-ghigno-rictus di Belpietro, alle protesi dentarie di Feltri, alla falstaffiana sovrabbondanza dei velluti di Ferrara. Però, poiché la bruttezza suscita sempre una giusta dose di pietas, vorremmo dare una mano a questa campagna de ‘Il Giornale’, tesa a screditare chi non la pensa come il loro padrone e, dopo Vendola nudo AD 1979 e la Boccassini che si bacia fuori dal Tribunale AD 1981, ecco alcuni incredibili scoops che ‘Il Giornale’ potrebbe pubblicare per dimostrare l’inconsistenza morale degli avversari del Buce: (continua…)

“Ah, you publishing scoundrel!”

Da una parte uno strano movimento di studenti, precari, ricercatori che per una sua insopprimibile vocazione ontologica sfugge ad ogni classificazione e si nega ad ogni interpretazione e trappola definitoria; dall’altra la furia vana di una litania insopportabile, un florilegio ininterrotto di chiacchiere e di parole che , come da copione, sussume la più svariata gamma di toni- dall’accorato al malmostoso, dall’ipocrita al servile, dall’arrogante al demagogico, dall’untuoso al bellicoso- per coprire l’incapacità di lettura di un fenomeno che è in sé felicemente ‘incasellabile’, in progress, mutante e mutogeno, capace domani di smentire ciò che si era detto oggi. (continua…)

Arboricidi


Poi quella sintassi traballante e scivolosa, come di uno che tenti l’arrampicata utilizzando una corda cosparsa di sapone, quei comunicati ufficiali e spocchiosi, scritti in un antiitaliano ridondante e formale, che dovrebbero giustificare e spiegare e vagliare ed illustrare, ma che piuttosto sembrano scritti da un ghostwriter buffoncello e dispettoso, che sogghigna dedicandosi, per placar la noia, alla nobile arte dell’ autoparodia più o meno involontaria, quella prosa sghemba e deragliata incapace di comunicare una sia pur effimera parvenza di senso, quella presunzione di chiarezza e di dignità espressiva, continuamente smentita dall’alluvione di pastrocchi semantici ed ortografici, da quella cascata di anacoluti, da quella ridda di smottamenti linguistici, da quel profluvio di burocratese che alla fine si rivela incapace di censurare quella che, alla fine dei conti, è la sostanza nuda e cruda: un altro, ennesimo attentato alla bellezza che, gratuitamente e per circostanze del tutto imponderabili ci è stata concessa, è stato compiuto. La città è Osimo: il viaggiatore distratto che, giunto dalle parti di Porta Musone, si trovi a contemplare adesso, in uno degli angoli più panoramici e suggestivi della città, la sagoma stremata di tre pini intisichiti e rachitici e deboluzzi, non sa, non può sapere che proprio lì fino a pochi anni fa, al posto delle fantasmatiche specie arboree che ora danno malinconico spettacolo di sé evidenziando, con il passare degli anni, l’inquietante presenza di un ‘arboreo male di vivere’, c’erano lì tre meravigliosi pini secolari, la cui presenza muta, ma assidua, da sola serviva a rallegrare e a scaldare il cuore di chi, in qualsiasi stagione dell’anno, in qualsiasi ora del giorno e della notte, si imbatteva in questo spettacolo gratuito di bellezza e grazia. La foto che correda questo post, ripresa dal sito di un amateur locale, testimonia l’antico fulgore di quella misteriosa potenza verticale, tutta leggerezza e forza, tutta lusso, calma, ordine, bellezza e voluttà. Pochi giorni fa, in una strada poco lontana dal centro- in via Castagna- ironia amara del nomen omen- l’ennesimo arboricidio: è stata abbattuta una quercia secolare che svettava con nobile maestosità su di un lato della strada, e che riempiva, con la sua presenza muta ed eloquentissima, di ammirata sorpresa gli occhi e l’anima di chi si trovava a transitare da quelle parti. Di lei adesso resta un pezzo di tronco immenso e mutilo adagiato su di un campo, una spoglia inerte di antico fulgore, pezzi di rami accatastati in fretta e furia.

Un buco (non) è un buco (non) è un buco.

Era solo un abbaglio, certo, ma fino ad ieri eravamo persuasi del fatto che, per dirla con Gertrude Stein, “una rosa è una rosa è una rosa”. Ma, in realtà, a leggere la Repubblica del 6 settembre, un buco (non) è sempre e solo un semplice buco, un foro, un pertugio, una fenditura, uno spazio. Una mezza colonna del quotidiano romano, immortalata puranche da una esauriente documentazione fotografica rinvenibile sul sito on line, viene dedicata all’alata e lirica descrizione di un semplice buco appalesatosi nella scarpa sinistra della Regina Elisabetta durante i Braemar Games lo scorso weekend. L’autore dell’articolo, inebriato da questa folgorante apparizione, lo descrive come un “ foro dalle caratteristiche aristocratiche” ( e già qui uno si scervella a pensare quali siano le caratteristiche che connotano l’aristocraticità di un foro rispetto ad un altro che nobile non può dirsi). Si sofferma poi sulle sue graziose coordinate estetiche con parole che andrebbero bene anche per un Vermeer: “ piccolo, nitido, elegante, a mezzaluna, senza un lembo slabbrato”. Conciona, sfiorando le vette di un irresistibile climax, sulla sua innata elitarietà: “ pare inciso su una suola immacolata che non abbia mai sfiorato un plebeo frammento di fango”. Ora noi qui, poveri sudditi dalle suole (non aristocraticamente) bucate, siamo qui a crogiolarci, ad aspettare con impazienza la descrizione che si spera sia altrettanto affettata ed appassionata di una macchia, campeggiante, con quella stessa benevola, leziosa, consustanziale nobiltà, sulle mutande di Carlo.

Come una garza


Ci sono i lettori ed i non lettori: i primi sono quelli che leggono i libri, i secondi sono quelli che leggono Coelho, Erri de Luca, Margaret Mazzantini. Dopo questa necessaria presentazione, una premessa anch’essa indispensabile: per essere candidati al premio Strega, l’autore deve vantare tra le sue credenziali anche una specie di lettera di presentazione scritta da uno/a dei 400 Amici della Domenica della Fondazione Bellonci. Una lettera che dovrebbe spiegare in maniera concisa, ma efficace perché quel libro, quell’autore merita la candidatura allo Strega medesimo. Ecco qui come la Margaret Mazzantini presentò due anni or sono da par suo agli Amici della Domenica il libro di Cesarina Vighy ( trascrivo la lettera da ‘Scendo. Buon proseguimento’, opera postrema della Vighy medesima):
 “ Presento agli amici della domenica il libro di C.V. “L’ultima estate”, opera di inconsueto nitore letterario. Il dialogo intimo dell’autrice con la propria menomazione produce il racconto di una vita intera, descritta con coraggio, senza alcuna garza, nuda e odorosa come un corpo malato. C.V. avanza impietosa e limpida come la sua intelligenza, non si commuove mai per se stessa, anzi ci esorta a sorridere dello sciocchezzaio umano. La materia narrativa potente e dissacrante prende il sopravvento restituendoci insieme al talento dell’autrice un segno forte che commuove eccome: la scrittura come lenitivo, come unico gesto possibile”. Alla Vighy, in verità, la lettera piacque molto tanto che nella mail dove ricopia per intero il Mazzantini-elogio, sottolinea, con un entusiastico ‘wow’, questa presentazione dell’autrice romana. Ma proviamo invece a raffreddare il giustificato entusiasmo, tipico di chi, da sconosciuta outsider come la Vighy, si trova improvvisamente illuminata dalle luci della ribalta del più mondano fra i premi letterari e quindi, obnubilata da tanta improvvisa fama, non discerne chiaramente che questa, più che una lettera di presentazione, è solo una maldestra sinossi del Mazzantini pensiero. Compitiamo allora questa ‘raccomandazione’, cogliamone tutte le callide iuncturae: “Presento agli amici della domenica il libro di C.V. L’ultima estate, opera di inconsueto nitore letterario”. Ecco: “inconsueto nitore letterario” è una di quelle idées reçues, è una di quelle formule vuote e logoratissime che dovrebbe essere cassata ab ovo da ogni scrittura, se non altro per l’abuso reiterato a cui è stata sottoposta, un abuso che ne ha compresso ogni vigore semantico. “Il dialogo intimo dell’autrice con la propria menomazione produce il racconto di una vita intera, descritta con coraggio, senza alcuna garza, nuda e odorosa come un corpo malato Ma davvero c’è scritto: “senza alcuna garza?” Ma davvero questo non è un orribile refuso? Ma se è non è un refuso, allora questa similitudine merita di entrare nel Dizionario universale del kitsch. Forse confusa dal fatto che uno dei temi centrali del libro della Vighy era la sua condizione di malata di Sclerosi Laterale Amiotrofica, la Mazzantini, travolta da un rigurgito di pietas da pasionaria delle ASL, si è sentita in obbligo di sfoggiare una insospettabile competenza infermieristica: ma sostituire il proverbiale, ultraretorico ‘velo’ ( altra logora metafora) con l’ospedaliera ‘garza’ mi sembra davvero improponibile. Ma l’acme dell’ enfatizzazione del dolorismo, l’apoteosi di quella pornografia sentimentale di cui la Mazzantini è maestra insuperabile, si ha quando la scrittrice di “Non ti muovere” scrive, senza timore alcuno, della ‘vita intera nuda e odorosa come un corpo malato’. Domanda: ma la Mazzantini è mai stata in una stanza d’ospedale, a contatto con corpi malati? Ha mai sentito quella puzza inconfondibile di medicinali, evacuazioni, peti, puzze assortite che aleggia trionfante ed insopportabile? Oppure ci vuol dire che da malati dal nostro corpo si spanderà una fragranza dolcissima e rasserenante, qualcosa che ricorda il profumo di viole che i devoti asseriscono provenire dalle piaghe di Padre Pio? Il finale è poi davvero rivelatore di ciò che la Mazzantini pensa debba essere la scrittura, la letteratura tout court: “la scrittura come lenitivo, come unico gesto possibile”. La letteratura come lenitivo, come balsamo, come oppiaceo rifugio, come pomata e decoro, la letteratura come benevola pacca sulla spalla, come riproposizione ed affermazione dell’esistente, la letteratura come un prozac in forma di parole atto a placare inquietudini e rabbie: la letteratura consolatoria e decorativa, quella che facendoci commuovere subdolamente conferma ed rinsalda lo stato di cose esistenti. La letteratura che non cambia nulla, né in noi, né nel prossimo. Io invece come Holderlin penso che lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva. Io credo nel torso dell’Apollo del Belvedere, evocato da Rilke, quello che ci dice ‘cambia la tua vita’.

Polimorfia di Vasco Rossi ( un libro brutto davvero)

Polimorfia del Vasco nazionale: infatti, a leggere la prima pagina della cultura di ‘Repubblica’ oggi, sembra che diventi editore-finanziatore della rivista Satisfiction. Mettendo da parte la quaestio economica, è interessante copincollare alcune perle dall’intervista con il signor Rossi ( in corsivo le domande): (continua…)