Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

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I nuovi profeti: la premiata ditta B. & M.

I nuovi profeti sfoderano volti sereni e rassicuranti, di un candore quasi bamboccesco e finto-naif; volti la cui grazia angelicata è sapientemente intonata alla camicia (B.) o al maglioncino (M.) o alla polo blu notte ( sempre M.), novità assoluta questa per look sapientemente meditati ed indagati, con un’acribia degna di miglior causa, da articolesse ponderose, da estenuanti esegesi di ineffabili cronisti, capaci di riempire intere colonne discettando sul numero dei bottoncini e sulla lunghezza delle arrotolate maniche di camicia. Sono B. & M. i profeti del ‘bisogna essere assolutamente moderni’, i guru benedicenti del post post-moderno, i nipotini sempre à la page, più buoni e concilianti, più presentabili e simpatici dei loro bellicosi ed ineleganti avi che, all’inizio del secolo scorso, teorizzavano la necessità della distruzione di biblioteche, musei ed accademie per celebrare i fasti del nuovo che avanza, del domani che è già oggi, della bellezza di un futuro gioioso e magnifico che è come già incistato nel presente, ma noi non ce ne siamo neanche accorti. Oggi i nuovi profeti sentenziano l’avvento dell’epoca nuova e felice, scortati dall’ applauso fedele di platee ugualmente osannanti, platee sostanzialmente omologhe ed affini – i ciellini a Rimini, il pubblico televisivo di Fazio, quello del salotto buono della sinistra (sic)-, platee in isterico tripudio di fronte all’annuncio del Verbo Nuovo, quello che spiega che bisogna farla finita con il vecchiume ed il passatismo, che le anticaglie del pensiero e i ruderi dell’ideologia vanno gettati via, tout court, senza pietà. Sostiene infatti M. che la lotta di classe, i diritti dei lavoratori, la conflittualità e l’antagonismo non sono altro che orpelli antiquati di un mondo che fu, oggetti kitsch del salotto di Nonna Politica che debbono essere tolti di mezzo per spianare la strada al nuovo che avanza “ Non siamo più negli Anni Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra ‘capitale’ e ‘lavoro, tra ‘padroni’ e ‘operai.[…].Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti” ( e si noti bene il rovesciamento quantitativo per cui i molti –i lavoratori- diventano pochi e i pochi,-i capitalisti-molti. Ma nella realtà non è l’esatto contrario?) Ma anche : “Rifiutare il cambiamento a priori significa rifiutare il futuro. Se non siamo disposti ad adeguarci al mondo che cambia, ci ritroveremo costretti a gestire solo i cocci del nostro passato.” Che M. sia poi lo stesso che veniva collocato pochi anni fa dal comunista(?) Bertinotti fra i ‘borghesi buoni’ tanto da indicarlo come ‘salvatore’ dell’Alitalia, è cosa che oggi suscita più il sorriso che il dolore. 

Per una felice sovrapposizione sincronica, lo stesso giorno in cui il nuovo profeta M. cancellava, parlando alla platea di di Affari e Comunione, tanto brutalmente un pezzo di storia, un altro nuovo profeta ci spiegava, illuminato da una curiosa dislocazione ucronica (“Ci crediate o no, questo articolo l’ho scritto nel luglio 2026, cioè fra sedici anni”: questo l’abbacinante incipit su Repubblica del 25 agosto dell’articolo di B. per cui si può parlare di profezia ex post) che l’idea di una formazione culturale basata sulla non superficialità dell’apprendimento e della conoscenza, ma piuttosto sulla pazienza, sulla fatica, sull’ indagine ostinata, sulla ‘profondità’ della ricerca e dello studio, erano detriti del passato, semplici materiali di scarto, macerie da destinare ad una prossima imminente liquidazione. Val la pena riportare alcune chicche dall’articolo del profeta B:  “ la profondità, che in realtà non sembra mai essere esistita, e che alla lunga sarà ricordato come una delle utili menzogne che gli umani si sono raccontati.[…]. La reinvenzione della superficialità come luogo del senso è una delle imprese che abbiamo compiuto: un lavoretto d’ artigianato spirituale che passerà alla storia. Dove molti vedevano una semplice resa alla superficialità, molti altri hanno intuito uno scenario ben differente: il tesoro del senso, che era relegato in una cripta segreta e riservata, ora si distribuiva sulla superficie del mondo, dove la possibilità di ricomporlo non coincideva più con una discesa ascetica nel sottosuolo, regolata da un’ élite di sacerdoti, ma da una collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale. […]Perdiamo capacità di concentrazione, non riusciamo a fare un gesto alla volta, scegliamo sempre la velocità a discapito dell’ approfondimento: l’ incrocio di questi difetti genera una tecnica di percezione del reale che cerca sistematicamente la simultaneità e la sovrapposizione degli stimoli: è ciò che noi chiamiamo fare esperienza. Nei libri, nella musica, in ciò che chiamiamo bello guardandolo o ascoltandolo, riconosciamo sempre più spesso l’ abilità a pronunciare l’ emozione del mondo semplicemente illuminandola, e non riportandola alla luce: è l’ estetica che ci piace coltivare, quella per cui qualsiasi confine tra arte alta e arte bassa va scomparendo, non essendoci più un basso e un alto, ma solo luce e oscurità, sguardi e cecità Per questo oggi suona kitsch ogni simulazione di profondità e in fondo sottilmente cheap qualsiasi concessione alla nostalgia. La profondità sembra essere diventata una merce di scarto per i vecchi, i meno avveduti e i più poveri”.

A questo punto giunge inevitabile una specie di corto circuitazione onirica, di smarrimento delle coordinate spaziotemporali, di un piccolo collasso babelico per cui non si capisce più se è Baricco che parla ai ciellini elogiando la globalizzazione o Marchionne che ha scritto un fondo su Repubblica per spiegare quanto è bello essere superficiali. Le tesi dei due nuovi profeti coincidono e si equivalgono, ci spiegano e contestualizzano il mondo ponendosi esattamente dalla stessa parte della barricata. Una barricata confortevole e piena di glamour ed ammennicoli, dove wikipedia e multi skating, ipad e google convivono gioiosamente insieme ad un’ ottica del lavoro e del profitto che ricorda molto da vicino quella schiavistica, una celebrazione della felicità che coincide con la globalizzazione dei doveri e la distruzione dei diritti.

Centimetro

10 anni? 20 anni? 1 anno? Un giorno? Due settimane? Poche ore? Un mese? Chi può dirlo, meglio di quanto dice l’Adriano inventato dalla Yourcenar: “Ciò non pertanto, sono giunto a quell’età in cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata. Dire che ho i giorni contati non significa nulla; è stato sempre cosí; è cosí per noi tutti.”
In realtà, rivedendo adesso questi pochi minuti tratti da Aprile di Nanni Moretti, ciò che più colpisce non è solo la numinosa boutade sulla metrificazione del tempo che ci resta da vivere, quanto la reazione del protagonista. La consapevolezza che c’è rimasta da vivere una piccola parte del centimetro  non induce a nessuna tergiversazione o melanconia, a nessuna cupezza od intorbidamento esistenziale, a nessun consolatorio lamento sulla finititudine dell’essere et similia. Piuttosto: spazzare via tutte le macerie sulle quali abbiamo costruito il grottesco monumento di noi stessi, fuggire dalla pesanteur che abbiamo tanto scioccamente edificato per rovinare i nostri giorni migliori, abbandonare quella gravità mondana che tanto ci ha condizionato e condiziona, liberarci dalla zavorra con la stessa grazia e leggerezza con la quale Moretti getta via la sua collezione di ritagli da riviste e giornali tanto pazientemente accumulata e catalogata. Ciò fatto, forse, sarà più facile, prima che la candela sia del tutto consumata, girare finalmente quel famoso musical sul pasticcere ballerino e trozkista o scrivere un libro sulla persona più felice del mondo nel secolo più violento e breve( uno come J.H.L., per dire).

Uno stupido è uno stupido è uno stupido.

 

La stupidità è proteiforme ed infinita, ma uno stupido è sempre uno stupido è uno stupido. Temo sia anche invincibile, capace com’è di assurgere sempre a nuova vita, di autocelebrarsi indossando comunque maschere e forme e simulacri sempre nuovi, inaspettati, paventati o spiazzanti. Poi essa è vieppiù pericolosa e nefasta quando assume una parvenza apparentemente inoffensiva e ‘ludica’; quando sembra poter meritare, come unica risposta possibile, un trattamento analogo a quello che l’adulto solitamente riserva al proprio piccolo, protagonista di una puerile, innocente birichinata: il sorriso accondiscendente che anticipa di poco l’imminenza del perdono. Per cui una cosa come quella che è avvenuta ieri a Roma suscita in me un feroce moto di bieco, sbrigativo, feroce giustizialismo; evoca il berija che tengo sopito e nascosto,ma  che, in casi come questi, ulula per poter dar sfogo a tutto il suo repertorio di violenza, a tutto il suo insopprimibile desiderio di vendetta. Per cui se i miei desideri potessero trasformarsi in realtà vorrei che questo trasgressore piccolo piccolo, questo erostrato de’ noantri, questo marinetti in miniatura fosse spedito in una qualche Kolyma, in un viaggio di sola andata per Guantanamo o similia. Perché lui è un portatore insano della stupidità adulta, quella più pericolosa e resiliente, quella il cui fondo opaco è composto da un mix inestricabile di intolleranza, ignoranza, menefreghismo, sciatteria, volgarità, narcisismo, esibizionismo, etcetera.Non può non venire in mente Flaubert: una sua celebre lettera del 6 ottobre 1850 : ” La betise è qualcosa di incrollabile; niente può attaccarla senza andare in frantumi…Ad Alessandria d’Egitto, un certo Thompson di Sunderland , ha scritto il proprio nome sulla colonna di Pompeo a lettere cubitali. Si legge ad un quarto di lega di distanza. Non c’è modo di vedere la colonna senza vedere il nome di Thompson e quindi senza pensare a Thompson. Questo cretino si è incorporato al monumento e si perpetua con esso. Cosa dico ? Lo schiaccia con lo splendore delle sue lettere gigantesche. Non è formidabile costringere i lettori futuri a pensarvi e ricordarvi di voi ? Tutti gli imbecilli sono più o meno dei Thompson di Sunderland”

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FAMOLO LENTO?

«Finora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profondius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso»(Alexander Langer, La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà come socialmente desiderabile, intervento ai Colloqui di Dobbiaco, settembre 1994). Così asseriva Alexander Langer più o meno un anno prima della scelta di porre fine al proprio involontario soggiorno sulla terra  il 3 luglio 1995 a Firenze, al Pian de’ Giullari, impiccandosi ad un albicocco. Oggigiorno, a prendere atto dalla continua proliferazione di nuove sigle ( Slow Food, Slow Travel, Slow Life,… ), sembrerebbe che l’ auspicio del compianto Alex Langer, ex leader di Lotta Continua e dei Verdi, riscuota proprio nell’epoca dominata dalla dromologia ( così si chiama quella nuova categoria inventata dal filosofo Paul Virilio ad indicare la scienza che studia la velocità), un consenso sempre più vasto ed inaspettato. S’allarga infatti la tribù dei sostenitori e cultori della Lentezza, i Partigiani dello Slow is Beatiful, del ‘Famolo Lento’ piuttosto che strano; gli ultimi arrivati ad ingrossare le fila di questi irriducibili cultori dell’insostenibile lentezza dell’essere sono i seguaci dello Slow Reading, cioè del leggere con lentezza. Ne parlava, con qualche eccesso semplificativo, la Repubblica qualche giorno fa mescolando opinioni ed argomenti magari poco irrelati fra loro. Bastava aprire il computer e scoprire per esempio che già da tempo on line c’è un interessante, versatile sito web che si onora di far campeggiare la lentezza come proprio motto araldico: www.letturalenta.net. Ma questa fregola del famòlo lento, questo invito all’ossimorica caoticità del Festina lente è anche una specie di espediente e di risposta all’ emergenza di quella sindrome sempre più diffusa che è l’ attention span, ossia la capacità di rimanere concentrati su di un testo o su di una questione che richieda un minimo di applicazione intellettuale; da studi specialistici, l’attention span appare infatti in netto ribasso, soprattutto tra i giovani, addomesticati ormai alla convulsa rapidità delle comunicazioni via sms, facebook, Twitter et similia, tutte all’insegna dell’iperfast, del ‘diciamoci poco, ma subito’. E quindi: val la pena consacrarsi allo Slow sempre e comunque o è ancora lecito nutrire qualche dubbio, pur senza per questo schierarsi nella pletora dei dromomani? Certo: se si deve affrontare l’avvolgente prosa di quella cattedrale in forma di romanzo che è la Recherche di Proust o seguire con empatica aderenza le ondivaghe ruminazioni mentali di Mr. Leopold Bloom, il protagonista dell’Ulisse joyciano, la lentezza diventa uno strumento di navigazione indispensabile, la provvidenziale bussola che impedisce al lettore-navigante di perdersi in quei flutti e marosi che paiono di inusitata maestosità e potenza di fronte alle quiete, piccole, inquinanti basse maree di tanta letteratura(?) contemporanea. Scrive Andrea Cortellessa: “Perché si dovrebbe leggere con lentezza, in un mondo che da tempo ha scelto di andare al massimo della velocità, precipitandosi verso la fine col piede a tavoletta sull’acceleratore? Se si legge con lentezza lo si fa nella speranza – o nell’illusione – che la lettura che oggi abbiamo scelto per noi non equivalga al “consumo” del libro, al facile trangugiare del testo che quel libro ci trasmette. Ci illudiamo che quelle parole non si lascino “consumare” tanto facilmente; che oppongano resistenza, che si manifestino alla nostra coscienza per durare. Si spera insomma che la sostanza misteriosa, che sospettiamo e speriamo sia contenuta in quelle pagine, nell’attraversarci non ci lasci indenni, non scorra via sulla nostra pelle senza fare attrito. Vorremmo al contrario che quelle parole agiscano, sul nostro metabolismo intellettuale e sentimentale, come uno di quei farmaci che si definiscono “a lento rilascio”; che una volta depositati nella coscienza si illuminino a distanza, come – dice Gadda nel Pasticciaccio – certe «teoretiche idee […] sui casi degli uomini: e delle donne» che il dottor Ingravallo ogni tanto enunciava: «quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. “Già!” riconosceva l’interessato: “il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto”». Ecco: i libri da leggere con lentezza sono quelli che, in un modo o nell’altro, ci impongono questo «misterioso tempo incubatorio». Sono libri scritti nel tempo: per questo a loro volta ci richiedono tempo. Promettendoci in cambio, però, di donarci in futuro altro tempo. Sappiamo che daremo loro ragione, prima o poi: magari a distanza di anni.”. Tutto bene, certo e giusto. Ma quante sono le “teoretiche idee” ingravalliane, quanti “zolfanelli illuminatori” brillano di luce postuma di fronte alla impressionante mole di libri editi, di pessima letteratura che tracima e corrode, che urta e annichila? E allora quando ci si imbatte in quella letteratura che possiamo tranquillamente equiparare al junk food americano, quella letteratura-spazzatura che, di primo acchito, ci riempie e ci nutre, ci gratifica e consola, ma che, a lungo andare, rende il corpo obeso, la mente pigra, l’anima inerte, dovremmo davvero, in omaggio alla Dea Lentezza, masticarla ed assimilarla con posa quieta e riflessiva da provetti Slow Reader? Ecco prospettarsi davanti ai nostri occhi uno dei peggiori incubi ad occhi aperti che possono capitare: essere sottoposti ad una tortura che neppure a Guantanamo o ad Abu Ghraib hanno saputo concepire: essere costretti a leggere con lentezza i primi 5 titoli piazzati nella classifica dei bestseller italiani.

(Nella foto: il blogger fugge poco lentamente di fronte alla prospettiva-incubatoria appalesatasi nelle ultime righe)

Loro sono meglio di noi.

Loro certo, quando lo vogliono, sono meglio di noi.

L’hanno ricordata magnificamente la loro Zanna [1]( e in questo bisillabico pseudonimo esotico c’era già tutta la sua personalità: avorio e lancia, candore e fierezza, lucidità e puntiglio) l’altro giorno in quella aula magna piena, per una volta tanto, di commozione e di antiretorica. L’hanno ricordata certo, per quella volta che, in gita scolastica, aveva percorso, tutta l’Acropoli su tacchi a spillo, per le sue lezioni tenute in una specie di suo peculiare idioletto, un pidgin originalissimo dove italiano, latino, inglese, tedesco si amalgamavano fluentemente, per i suoi capelli a tre tinte diverse, per le sue mise indimenticabili, chic ed originalissime che portava con consumata nonchalance; per i suoi consigli bibliografici sempre anticonvenzionali e la sua capacità di affrontare un autore ed un testo fuori dai canoni ultratradizionali seguiti da alcuni suoi esimi colleghi, quelli per cui se Sapegno è già uno spericolato avanguardista, pensa te cosa può rappresentare Ferroni [2], che lei aveva adottato già millanta anni fa, per i suoi racconti estemporanei e bizzarri, scritti lì per lì, piccoli apologhi filosofici da Esopo degli anni zero pieni di animali loici e dialettici, dove rispondeva da par suo, con il sarcasmo acuminato e feroce che sapeva sfoggiare quando era il caso, a qualche sgarbo fattogli da zelanti colleghi. L’hanno ricordata per la sua capacità di pungolare nei giovani uno spirito critico sempre più latente e marginale, demolito dalla religione della merce e del consumo, per quella volta che s’era dimenticata che era giorno di  compito in classe di italiano ed aveva dettato le tracce in presa diretta, appoggiata al termosifone, per quella sua eclettica svagatezza che era invece solo una forma d’intelligenza e d’ironia, mentre altri sussurravano  fosse solo frivolezza. A ricordarla così sono stati i suoi studenti: ed ogni ricordo, in un patetico moto da climax ascendente, era più emozionante e toccante del precedente. Poi le parole di Baudelaire e Mario Luzi, le note di Chopin e James Taylor. Ecco per che cosa saremo ricordati, cari colleghi, dai ‘nostri’ studenti un giorno: non certo per la professionalità con la quale espletiamo quelle incombenze burocratico-amministrative che pesano tanto tristemente sulla nostra professione; o per la diligenza con la quale compiliamo il registro, o per la cura che mettiamo nel redigere la programmazione iniziale e il programma finale. Per saper fare bne queste cose, non occorre essere un insegnante: basta essere un Akakij Akakievic qualsiasi, vero Zanna ?


[1] Adriana Zannini insegnava presso il liceo di Osimo(An). È scomparsa improvvisamente a soli 61 anni, quasi un mese fa.

[2] Giulio Ferroni è, oltre che professore universitario e critico  letterario, anche autore di un manuale di letteratura italiana edito dall’Einaudi.

Una infinita partita di calcio

“Ebbene, Levi riferisce che un testimone, Miklos Nyiszli, uno dei pochissimi sopravvissuti dell’ultima squadra speciale di Auschwitz, ha raccontato di aver assistito, durante una pausa del “lavoro”, a una partita di calcio tra SS e rappresentanti del Sonderkommando ( N.d.B.: il Sonderkommando, cioè quel gruppo di deportati cui venivaaffidata la gestione delle camere a gas e dei crematori e adibiti ad una serie varia di mansioni. Essi dovevano condurre i prigionieri nudi alla loro morti nelle camere a gas e mantenere l’ordine; trascinare poi fuori i cadaveri chiazzati di rosa e di verde per effetto dell’acido cianidrico e lavarli con getti d’acqua; controllare che negli orifizi dei corpi non fossero nascosti oggetti preziosi; cavare i denti d’oro dalle mascelle; tagliare i capelli delle donne e lavarli; trasportare i cadaveri nei crematori e liberare i forni dalle ceneri residue). “All’incontro assistono altri militi delle SS e il resto della squadra, parteggiano, scommettono, applaudono e incoraggiano i giocatori, come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita si svolgesse sul campo di un villaggio” (Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1982, p. 40). A qualcuno questa partita potrà forse apparire come una breve pausa di umanità in mezzo a un orrore infinito. A miei occhi invece, come a quelli dei testimoni, questa partita, questo momento di normalità, è il vero orrore del campo. Poiché possiamo, forse, pensare che i massacri siano finiti – anche se qua e là si ripetono, non troppo lontani da noi. Ma quella partita non è mai finita, è come se durasse ancora, ininterrottamente. Essa è la cifra perfetta ed eterna della zona grigia che non conosce tempo ed è in ogni luogo. Di là viene l’angoscia e la vergogna dei superstiti [...]. Ma anche la nostra vergogna, di noi che non abbiamo conosciuto i campi e che pure assistiamo, non si sa come, a quella partita, che si ripete in ogni partita dei nostri stadi, in ogni trasmissione televisiva, in ogni quotidiana normalità. Se non riusciamo a capire quella partita, a farla cessare, non ci sarà mai speranza (Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati e Boringhieri, 1998, p.24).

ps nella foto, un po’ d’allenamento prima della partita.

37, 25 anzi 7.

A un’età veneranda ho cominciato a scoprire che molte persone erano interessate al mio lavoro in tutto il mondo. Mi sembra strano, perchè mi ricordo di aver pubblicato un libro – dev’essere stato nel lontano 1932, mi pare- e alla fine dell’anno di aver scoperto che ne erano state vendute niente meno che 37 copie”. A parlare così è Jorge Luis Borges ( citazione di secondo grado: riprendo il brano infatti da ‘Letture’ di George Steiner, Garzanti, 2010). Borges esalta quegli happy few che s’erano accostati alla sua opera riflettendo sui motivi della felicità che gli derivava dall’esiguità del numero dei suoi lettori: una gioia paradossale questa, in netta controtendenza con ciò che ogni scrittore, nell’atto stesso della pubblicazione, ragionevolmente si augura. Infatti questi 37 lettori avevano per Borges una peculiarità che li rendeva preziosi e, in un certo senso, ‘ideali’: erano pochi e, in quanto tali, erano ‘reali’o quantomeno immaginabili: “ quelle persone sono reali, nel senso che ognuno di loro ha una faccia tutta sua, una famiglia, vive in una determinata strada. Perché se si vendono 2000 copie, è la stessa cosa che non averne venduta neanche una, perché 2000 sono troppe da cogliere per l’immaginazione. Forse sarebbe stato meglio 7 o 17”

Manzoni era molto più modesto di Borges, una modestia la sua che s’accresceva poi con l’aumentare delle pagine del romanzo: all’inizio, nel primo capitolo de ‘I promessi sposi’, aveva sparato infatti la folle cifra di… 25 lettori: “Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato”. Nel nono capitolo, don Lisander fa ammenda, ridimensionando la cifra iniziale: “Quando fu vicino alla porta del borgo, fiancheggiata allora da un antico torracchione mezzo rovinato, e da un pezzo di castellaccio, diroccato anch’esso, che forse dieci de’ miei lettori possono ancor rammentarsi d’aver veduto in piedi, il guardiano si fermò, e si voltò a guardar se gli altri venivano;”.

Ma poi sono davvero così determinanti le cifre, le statistiche, i numeri? Basta girare per librerie per capire che chi fa davvero il successo di un libro non è il lettore consapevole ed informato, quello che legge dopo essersi documentato su litblog, inserti culturali, terze pagine, riviste, ma la tribù dei felici molti, quella dei ‘non lettori’. Quelli che entrano in libreria una volta l’anno e comprano un libro magari perché hanno visto l’autore da Fazio o da Marzullo, perché vogliono fare una buona impressione e regalarlo ad un’amica che legge, perché hanno visto che in spiaggia tutti leggevano quell’autore: “I grandi successi presuppongono lettori ignari, lettori che non solo non leggono le recensioni, ma neppure sanno che esistono” chiosa molto sagacemente Manganelli.

Il 3 di Giacinto Cambiasso

La cosa più bella l’ha fatta ieri sera Esteban Cambiasso, quando, durante i festeggiamenti, ha indossato quella maglia retrò che sembrava disegnata da un volenteroso sarto di campagna, a strisce larghe ed asimmetriche, con una sola piccola, fulgida stella appuntata dalle parti del cuore, senza l’onta di alcuna sponsorizzazione. Sulla schiena campeggiava un enorme, austero 3, senza nome né altri inutili orpelli: una maglietta che sapeva di lucciole pasoliniane e d’Italia che cominciava ad interrogarsi sul boom già terminato, che sapeva di un calcio pretelevisivo e ancora quasi naif; una maglietta che sembrava uscire direttamente da una poesia di Vittorio Sereni. Cambiasso ha voluto omaggiare così la memoria del grande Giacinto Facchetti, delle sue rivoluzionarie scorribande sulla fascia sinistra in un’epoca in cui i terzini erano ancora semplicemente marcatori e distruttori del gioco altrui, delle sue gambe lunghe e slanciate come quelle di un Nijinsky che doveva misurarsi su prati mal tosati, della sua eleganza e raffinatezza che sembravano dissonanti in un contesto dove trionfavano i picchiatori, i podisti dai piedi maldestri, i piedi buoni che correvano da fermi.

PS nel sciocchezzaio televisivo postpartita un giornalista che ha passato, come uno sgarbi qualsiasi, parte del suo tempo a pettinarsi le canute chiome, tra le tante castronerie dette, ha anche sottolineato il fatto che ha visto sventolare, dai giocatori interisti, bandiere macedoni, serbe, argentine, brasiliane, camerunesi,… mentre mancavano quelle italiane. Al di là del fatto che proprio questo cosmopolitismo pallonaro dovrebbe essere motivo di ulteriore gioia ed orgoglio, al di là del fatto che la retorica sulla Patria è solitamente l’ultimo rifugio degli imbecilli, il giornalista tricomane non solo fingeva di non sapere che la squadra che ha vinto la Champions ieri sera si chiama Internazionale ( nomen omen), ma dimostrava anche di non conoscere la sua storia. Eccola qui, in breve. La sera del 9 marzo1908, una quarantina di dissidenti del Milan, in polemica con la decisione della società di non far giocare gli stranieri, si diedero appuntamento in un ristorante milanese e fondarono un’altra squadra: “Nascerà qui, al ristorante “L’Orologio” , ritrovo di artisti e sarà per sempre una squadra di grande talento. […] Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo”.

Piccole pratiche della sovversione: elogio del congiuntivo.

Del congiuntivo, avant tout chose: del congiuntivo, cioè del modo della possibilità e dell’eventualità, dell’incertezza e dell’esortazione, della concessione e del dubbio, dell’augurio e della speranza, del timore e dell’esclamazione. Bastano piccole, banali pratiche quotidiane per assegnare una nuova forma alle nostre relazioni interpersonali, per modificare, almeno in parte, il nostro rapporto con le cose e con gli altri: per esempio, sfoggiare una gentilezza inaudita, ai limiti della smanceria; oppure adottare un claustrale, impenetrabile silenzio, da rigido esercizio spirituale, proprio quando più forte s’alza la tempesta furiosa della chiacchiera collettiva, quando più s’agita l’irrefrenabile vanità dell’ ‘adesso dico la mia’. Oppure non rinunciare al modo verbale più bistrattato ed offeso, ma anche più intrinsecamente sovversivo, cioè il congiuntivo. Usarlo tutte le volte che si deve e si può, coniugarlo compiutamente e diligentemente, adottare una consuetudine che non è solo estetica e culturale, ma anche civile e quindi, tout-court, politica. Si rifletta infatti sul fatto che da sempre la lingua del Potere ( non potrebbe essere altrimenti, stante la sua ossessiva volontà di autoaffermazione che si avvale anche di semplici dispositivi linguistico-verbali) è la lingua che promana a getto continuo certezze, verità ferree e granitiche, affermazioni indiscusse ed indubitabili. Il congiuntivo, invece, è tutto tremore e timore, come ci ricorda il grande Gesualdo Bufalino in una delle sue Cere Perse:il congiuntivo è uno strumento di equivoca e dissonante natura, buono solo a esprimere allarmi, arzigogoli, supposizioni; un sonnambulo sempre in bilico sull’esigua assicella che congiunge il dubbio alla verità”. Talmente equivoca e dissonante la natura del congiuntivo che nel film Ovosodo di Paolo Virzi il protagonista dice di vivere in un quartiere a Livorno dove bastava un congiuntivo in più “per essere etichettato subito come un finocchio”. Sul sito on line del Corriere della Sera c’è una recente video intervista con Aldo Busi dove lo scrittore di Montichiari, colto da un raptus pedagogico, spiega come farà capire ad una sua bisnipote la necessaria conoscenza di questo modo verbale : “ Devi imparare da subito ad usare solo congiuntivi: i tempi del desiderio, della pena, della speranza, dell’apprensione. Il tempo verbale che sta tra il qui e l’altrove, tra il c’è ed il non esserci, uno di quei tempi verbali che contraddistinguono la qualità storica e civile ed estetica di un uomo. I congiuntivi non solo ti permettono di difenderti, ma anche di andare all’attacco:pensa che cosa può accadere se prima di dire “io sono!” si impari a dire “ e se io fossi ?” . Poi dovremmo pur ricordarci che “ la prima sillaba e parola che lo spirito soffiò, mentre volava sulle acque d’abisso, non fu altro che un congiuntivo. Dopo di che la luce fu”( Gesualdo Bufalino) 

P.S. la foto apparentemente non c’entra nulla: ma è bellissima e straniante e imaginifica quanto il sito da cui l’ho presa.

Il gabbiano Jonathan Dell’Utri

La cosa più bella della partita Cagliari Palermo, domenica scorsa? Per lunghi secondi, lo schermo televisivo ci ha rimandato l’immagine di un gabbiano, gonfio d’atarassica imperturbabilità e posizionato bellamente sul vertice alto dell’area di rigore dei locali, che osservava, apparentemente indifferente ( ma in cuor suo senz’altro critico), le sconcezze balistiche dei difensori cagliaritani. Poi, dopo l’ennesimo rinvio alla ‘viva il parroco’ del terzino rossoblu, il pennuto ha deciso che la misura ormai era colma, che non ne poteva più di quell’oltraggio reiterato in luogo pubblico al gioco del calcio: un ultimo sguardo indispettito verso i giocatori e se ne è volato via. (continua…)