Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : maggio, 2010

I miei Hopper preferiti:Dennis Hopper 17 maggio 1936 – 29 maggio 2010

Tre sono gli Hopper che piacciono a me:

1) Il fotografo americano, stravolta rilettura del fool shakesperiano e servo felice del Kurtz secondo Brando che introduce con un delirante monologo i malcapitati nel cuore tenebroso dell’ Averno vietnamita ( cfr. Apocalipse now, 1979)
2) Il babbo alcolizzato e lacero, Laio melanconico di una progenie maschile tanto scombinata da non saper tentare neppure un  felice parricidio ( Matt Dillon e uno stranito Mickey Rourke come Amleto in motocicletta), che si difende dalla vita dedicandosi ad una sua privata dépense ( cfr. Rusty il selvaggio, 1983)
3) Il look da commesso viaggiatore del mercante d’arte Bruno Bischofberger, golpe e lione, che sa come monetizzare la follia dolce di Basquiat trasformando alchemicamente l’aura in dollari. ( cfr. Basquiat,1996)

37, 25 anzi 7.

A un’età veneranda ho cominciato a scoprire che molte persone erano interessate al mio lavoro in tutto il mondo. Mi sembra strano, perchè mi ricordo di aver pubblicato un libro – dev’essere stato nel lontano 1932, mi pare- e alla fine dell’anno di aver scoperto che ne erano state vendute niente meno che 37 copie”. A parlare così è Jorge Luis Borges ( citazione di secondo grado: riprendo il brano infatti da ‘Letture’ di George Steiner, Garzanti, 2010). Borges esalta quegli happy few che s’erano accostati alla sua opera riflettendo sui motivi della felicità che gli derivava dall’esiguità del numero dei suoi lettori: una gioia paradossale questa, in netta controtendenza con ciò che ogni scrittore, nell’atto stesso della pubblicazione, ragionevolmente si augura. Infatti questi 37 lettori avevano per Borges una peculiarità che li rendeva preziosi e, in un certo senso, ‘ideali’: erano pochi e, in quanto tali, erano ‘reali’o quantomeno immaginabili: “ quelle persone sono reali, nel senso che ognuno di loro ha una faccia tutta sua, una famiglia, vive in una determinata strada. Perché se si vendono 2000 copie, è la stessa cosa che non averne venduta neanche una, perché 2000 sono troppe da cogliere per l’immaginazione. Forse sarebbe stato meglio 7 o 17”

Manzoni era molto più modesto di Borges, una modestia la sua che s’accresceva poi con l’aumentare delle pagine del romanzo: all’inizio, nel primo capitolo de ‘I promessi sposi’, aveva sparato infatti la folle cifra di… 25 lettori: “Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato”. Nel nono capitolo, don Lisander fa ammenda, ridimensionando la cifra iniziale: “Quando fu vicino alla porta del borgo, fiancheggiata allora da un antico torracchione mezzo rovinato, e da un pezzo di castellaccio, diroccato anch’esso, che forse dieci de’ miei lettori possono ancor rammentarsi d’aver veduto in piedi, il guardiano si fermò, e si voltò a guardar se gli altri venivano;”.

Ma poi sono davvero così determinanti le cifre, le statistiche, i numeri? Basta girare per librerie per capire che chi fa davvero il successo di un libro non è il lettore consapevole ed informato, quello che legge dopo essersi documentato su litblog, inserti culturali, terze pagine, riviste, ma la tribù dei felici molti, quella dei ‘non lettori’. Quelli che entrano in libreria una volta l’anno e comprano un libro magari perché hanno visto l’autore da Fazio o da Marzullo, perché vogliono fare una buona impressione e regalarlo ad un’amica che legge, perché hanno visto che in spiaggia tutti leggevano quell’autore: “I grandi successi presuppongono lettori ignari, lettori che non solo non leggono le recensioni, ma neppure sanno che esistono” chiosa molto sagacemente Manganelli.

Il 3 di Giacinto Cambiasso

La cosa più bella l’ha fatta ieri sera Esteban Cambiasso, quando, durante i festeggiamenti, ha indossato quella maglia retrò che sembrava disegnata da un volenteroso sarto di campagna, a strisce larghe ed asimmetriche, con una sola piccola, fulgida stella appuntata dalle parti del cuore, senza l’onta di alcuna sponsorizzazione. Sulla schiena campeggiava un enorme, austero 3, senza nome né altri inutili orpelli: una maglietta che sapeva di lucciole pasoliniane e d’Italia che cominciava ad interrogarsi sul boom già terminato, che sapeva di un calcio pretelevisivo e ancora quasi naif; una maglietta che sembrava uscire direttamente da una poesia di Vittorio Sereni. Cambiasso ha voluto omaggiare così la memoria del grande Giacinto Facchetti, delle sue rivoluzionarie scorribande sulla fascia sinistra in un’epoca in cui i terzini erano ancora semplicemente marcatori e distruttori del gioco altrui, delle sue gambe lunghe e slanciate come quelle di un Nijinsky che doveva misurarsi su prati mal tosati, della sua eleganza e raffinatezza che sembravano dissonanti in un contesto dove trionfavano i picchiatori, i podisti dai piedi maldestri, i piedi buoni che correvano da fermi.

PS nel sciocchezzaio televisivo postpartita un giornalista che ha passato, come uno sgarbi qualsiasi, parte del suo tempo a pettinarsi le canute chiome, tra le tante castronerie dette, ha anche sottolineato il fatto che ha visto sventolare, dai giocatori interisti, bandiere macedoni, serbe, argentine, brasiliane, camerunesi,… mentre mancavano quelle italiane. Al di là del fatto che proprio questo cosmopolitismo pallonaro dovrebbe essere motivo di ulteriore gioia ed orgoglio, al di là del fatto che la retorica sulla Patria è solitamente l’ultimo rifugio degli imbecilli, il giornalista tricomane non solo fingeva di non sapere che la squadra che ha vinto la Champions ieri sera si chiama Internazionale ( nomen omen), ma dimostrava anche di non conoscere la sua storia. Eccola qui, in breve. La sera del 9 marzo1908, una quarantina di dissidenti del Milan, in polemica con la decisione della società di non far giocare gli stranieri, si diedero appuntamento in un ristorante milanese e fondarono un’altra squadra: “Nascerà qui, al ristorante “L’Orologio” , ritrovo di artisti e sarà per sempre una squadra di grande talento. […] Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo”.

Edoardo Sanguineti (1930-18 maggio 2010)

 

incidetele a lettere di scatola, miei lettori testamentari (e parlo ai miei scolari,

gli ipocriti miei figli, i filoproletari che tanto mi assomigliano, innumerevoli,

ormai, come i grani di sabbia del vacuo mio deserto), queste parole mie, sopra

                                                                                                                                               [la tomba

mia, con la saliva, intingendovi un dito nella bocca: (come io lo intingo, adesso,

tra gli eccessivi ascessi delle algide mie gengive):

me la sono goduta, io, la mia

                                                                                                                                                     [vita:

La poesia  di Sanguineti è tratta da ’Corollario’; la foto di Mario Dondero l’ho ‘rubata’ da Vibrisse.

La poesia è, e non poteva essere diversamente, anche in memoriam della collega  Adriana, scomparsa il giorno dopo la morte del grande poeta, in una maniera quasi altrettanto assurda e casuale. Non la conoscevo,  ma mi colpiva per la serietà, la discrezione e passione con la quale si cimentava nelle faccende scolastiche e non.  Spero che anche per lei sia valsa l’incisione che il più lupesco dei poeti italiani avrebbe voluto incisa a lettere di scatola  sulla sua tomba: 

me la sono goduta, io, la mia

                                                                                                                                                     [vita:

Come una garza


Ci sono i lettori ed i non lettori: i primi sono quelli che leggono i libri, i secondi sono quelli che leggono Coelho, Erri de Luca, Margaret Mazzantini. Dopo questa necessaria presentazione, una premessa anch’essa indispensabile: per essere candidati al premio Strega, l’autore deve vantare tra le sue credenziali anche una specie di lettera di presentazione scritta da uno/a dei 400 Amici della Domenica della Fondazione Bellonci. Una lettera che dovrebbe spiegare in maniera concisa, ma efficace perché quel libro, quell’autore merita la candidatura allo Strega medesimo. Ecco qui come la Margaret Mazzantini presentò due anni or sono da par suo agli Amici della Domenica il libro di Cesarina Vighy ( trascrivo la lettera da ‘Scendo. Buon proseguimento’, opera postrema della Vighy medesima):
 “ Presento agli amici della domenica il libro di C.V. “L’ultima estate”, opera di inconsueto nitore letterario. Il dialogo intimo dell’autrice con la propria menomazione produce il racconto di una vita intera, descritta con coraggio, senza alcuna garza, nuda e odorosa come un corpo malato. C.V. avanza impietosa e limpida come la sua intelligenza, non si commuove mai per se stessa, anzi ci esorta a sorridere dello sciocchezzaio umano. La materia narrativa potente e dissacrante prende il sopravvento restituendoci insieme al talento dell’autrice un segno forte che commuove eccome: la scrittura come lenitivo, come unico gesto possibile”. Alla Vighy, in verità, la lettera piacque molto tanto che nella mail dove ricopia per intero il Mazzantini-elogio, sottolinea, con un entusiastico ‘wow’, questa presentazione dell’autrice romana. Ma proviamo invece a raffreddare il giustificato entusiasmo, tipico di chi, da sconosciuta outsider come la Vighy, si trova improvvisamente illuminata dalle luci della ribalta del più mondano fra i premi letterari e quindi, obnubilata da tanta improvvisa fama, non discerne chiaramente che questa, più che una lettera di presentazione, è solo una maldestra sinossi del Mazzantini pensiero. Compitiamo allora questa ‘raccomandazione’, cogliamone tutte le callide iuncturae: “Presento agli amici della domenica il libro di C.V. L’ultima estate, opera di inconsueto nitore letterario”. Ecco: “inconsueto nitore letterario” è una di quelle idées reçues, è una di quelle formule vuote e logoratissime che dovrebbe essere cassata ab ovo da ogni scrittura, se non altro per l’abuso reiterato a cui è stata sottoposta, un abuso che ne ha compresso ogni vigore semantico. “Il dialogo intimo dell’autrice con la propria menomazione produce il racconto di una vita intera, descritta con coraggio, senza alcuna garza, nuda e odorosa come un corpo malato Ma davvero c’è scritto: “senza alcuna garza?” Ma davvero questo non è un orribile refuso? Ma se è non è un refuso, allora questa similitudine merita di entrare nel Dizionario universale del kitsch. Forse confusa dal fatto che uno dei temi centrali del libro della Vighy era la sua condizione di malata di Sclerosi Laterale Amiotrofica, la Mazzantini, travolta da un rigurgito di pietas da pasionaria delle ASL, si è sentita in obbligo di sfoggiare una insospettabile competenza infermieristica: ma sostituire il proverbiale, ultraretorico ‘velo’ ( altra logora metafora) con l’ospedaliera ‘garza’ mi sembra davvero improponibile. Ma l’acme dell’ enfatizzazione del dolorismo, l’apoteosi di quella pornografia sentimentale di cui la Mazzantini è maestra insuperabile, si ha quando la scrittrice di “Non ti muovere” scrive, senza timore alcuno, della ‘vita intera nuda e odorosa come un corpo malato’. Domanda: ma la Mazzantini è mai stata in una stanza d’ospedale, a contatto con corpi malati? Ha mai sentito quella puzza inconfondibile di medicinali, evacuazioni, peti, puzze assortite che aleggia trionfante ed insopportabile? Oppure ci vuol dire che da malati dal nostro corpo si spanderà una fragranza dolcissima e rasserenante, qualcosa che ricorda il profumo di viole che i devoti asseriscono provenire dalle piaghe di Padre Pio? Il finale è poi davvero rivelatore di ciò che la Mazzantini pensa debba essere la scrittura, la letteratura tout court: “la scrittura come lenitivo, come unico gesto possibile”. La letteratura come lenitivo, come balsamo, come oppiaceo rifugio, come pomata e decoro, la letteratura come benevola pacca sulla spalla, come riproposizione ed affermazione dell’esistente, la letteratura come un prozac in forma di parole atto a placare inquietudini e rabbie: la letteratura consolatoria e decorativa, quella che facendoci commuovere subdolamente conferma ed rinsalda lo stato di cose esistenti. La letteratura che non cambia nulla, né in noi, né nel prossimo. Io invece come Holderlin penso che lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva. Io credo nel torso dell’Apollo del Belvedere, evocato da Rilke, quello che ci dice ‘cambia la tua vita’.

Piccole pratiche della sovversione: elogio del congiuntivo.

Del congiuntivo, avant tout chose: del congiuntivo, cioè del modo della possibilità e dell’eventualità, dell’incertezza e dell’esortazione, della concessione e del dubbio, dell’augurio e della speranza, del timore e dell’esclamazione. Bastano piccole, banali pratiche quotidiane per assegnare una nuova forma alle nostre relazioni interpersonali, per modificare, almeno in parte, il nostro rapporto con le cose e con gli altri: per esempio, sfoggiare una gentilezza inaudita, ai limiti della smanceria; oppure adottare un claustrale, impenetrabile silenzio, da rigido esercizio spirituale, proprio quando più forte s’alza la tempesta furiosa della chiacchiera collettiva, quando più s’agita l’irrefrenabile vanità dell’ ‘adesso dico la mia’. Oppure non rinunciare al modo verbale più bistrattato ed offeso, ma anche più intrinsecamente sovversivo, cioè il congiuntivo. Usarlo tutte le volte che si deve e si può, coniugarlo compiutamente e diligentemente, adottare una consuetudine che non è solo estetica e culturale, ma anche civile e quindi, tout-court, politica. Si rifletta infatti sul fatto che da sempre la lingua del Potere ( non potrebbe essere altrimenti, stante la sua ossessiva volontà di autoaffermazione che si avvale anche di semplici dispositivi linguistico-verbali) è la lingua che promana a getto continuo certezze, verità ferree e granitiche, affermazioni indiscusse ed indubitabili. Il congiuntivo, invece, è tutto tremore e timore, come ci ricorda il grande Gesualdo Bufalino in una delle sue Cere Perse:il congiuntivo è uno strumento di equivoca e dissonante natura, buono solo a esprimere allarmi, arzigogoli, supposizioni; un sonnambulo sempre in bilico sull’esigua assicella che congiunge il dubbio alla verità”. Talmente equivoca e dissonante la natura del congiuntivo che nel film Ovosodo di Paolo Virzi il protagonista dice di vivere in un quartiere a Livorno dove bastava un congiuntivo in più “per essere etichettato subito come un finocchio”. Sul sito on line del Corriere della Sera c’è una recente video intervista con Aldo Busi dove lo scrittore di Montichiari, colto da un raptus pedagogico, spiega come farà capire ad una sua bisnipote la necessaria conoscenza di questo modo verbale : “ Devi imparare da subito ad usare solo congiuntivi: i tempi del desiderio, della pena, della speranza, dell’apprensione. Il tempo verbale che sta tra il qui e l’altrove, tra il c’è ed il non esserci, uno di quei tempi verbali che contraddistinguono la qualità storica e civile ed estetica di un uomo. I congiuntivi non solo ti permettono di difenderti, ma anche di andare all’attacco:pensa che cosa può accadere se prima di dire “io sono!” si impari a dire “ e se io fossi ?” . Poi dovremmo pur ricordarci che “ la prima sillaba e parola che lo spirito soffiò, mentre volava sulle acque d’abisso, non fu altro che un congiuntivo. Dopo di che la luce fu”( Gesualdo Bufalino) 

P.S. la foto apparentemente non c’entra nulla: ma è bellissima e straniante e imaginifica quanto il sito da cui l’ho presa.

Manzoni e la bancarotta

 

Come tanti giovinastri, era quasi obbligatorio odiarlo l’agorafobico e balbuziente Don Lisander. Invece, a rileggere adesso quello straordinario capolavoro, un unicum irripetibile nella storia della nostra tradizione letteraria, ci si rende conto di quanto fossimo stolti ed ignoranti. Per esempio, per apprezzarne la capacità di antivedere le sorti della sempiterna Itaglietta, si leggano queste considerazioni che il figlio di Giulia Beccaria fa nella sua Storia milanese a proposito della peste e si faccia un giochino: si sostituisca la parola ‘peste’ con la parola ‘bancarotta’. Inquietante, no?

In principio, dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi una vera peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro” (I Promessi Sposi,cap.XXXI). Ma così va il mondo quando “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune” (I Promessi Sposi,cap.XXXII)

Cesarina Vighy( 1935-1 maggio 2010)

Proprio due giorni fa avevo ricevuto il suo ‘Scendo. Buon proseguimento’. Non l’ho ancora letto, ma avevo recensito, qualche mese fa, per Liberazione, il suo folgorante ‘L’ultima estate’: libro molto amato dal sottoscritto proprio per la sua impertinenza, per la sua maniera buffa di affrontare la morte . Ecco, con qualche modifica, la mia recensione:

Cesarina Vighy “L’ultima estate”, Fazi, 2009, pag.190, euro 18,00 (continua…)