Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : luglio, 2010

Apocalittici o formattati?

 

Un grido di dolore, più o meno, ma espresso con un tono piano e raziocinante, un j’accuse sostanzialmente disperato, ma lontano da quei toni enfatizzanti e da quella magniloquenza un po’ frusta che paiono una sorta di noblesse oblige quando si utilizzano dispositivi retorici di questo tipo. L’intervento di Silvia Ballestra pubblicato sul primo numero di Alfabeta2 ed intitolato un po’ anodinamente “L’industria del libro di massa” merita, vista la sincerità con la quale la scrittrice di ‘I giorni della rotonda’ affronta problematiche di centrale rilievo, una qualche riflessione supplementare… Continua sul nuovo blog di Stilos curato da Seia Montanelli:
http://stilos.it/blog

Ad intervistar Scòzzari

L’Insonnia Scozzarica. Pregio o malattia?

A Verucchio c’è un signore che, pur auto esiliatosi da anni nella quiete delle colline vicino a Rimini, continua a sfornare una serie impressionante di progetti: libri, racconti, schizzi, illustrazioni, farneticazioni, tavole di fumetti. Una congerie sempre commestibile originata da un’inquietudine virile che non lo ha abbandonato mai (leggersi “Memorie dell’arte bimba” e il diario di battaglie “Prima pagare, poi ricordare”, rigorosamente nell’ordine). Questo signore è uno dei pochi autentici sovversivi della penna e della tastiera rimasti in giro, uno “storico e dirompente autore di fumetti e romanzi acidi”, un artista che fa sbrilluccicare gli occhi, infiammare la mente ed ulcerare quel poco che è rimasto vivo ed eccitabile in noi (visitare il suo http://manualedellartebimba.blogspot.com/ , o cercarlo su Facebook, per un ulteriore giro di risate e frustate).

1) Gentile Scòzzari, la prego: non mi tratti male, o giuro che non la intervisterò mai più.
Già fatto. Ti ho scorciato e aggiustato il pistolotto iniziale. Come te la cavavi nella scuola dell’obbligo?

2) Perché dorme così poco di notte? Uno Scòzzari più conciliato col mondo, più in sintonia con il prossimo (anche se ossessionato da vicini che spargono letame romagnolo, vigili urbani che spargono multe marchigiane, scrittori di fantascienza che spargono letame americano, editor della Monta Odori incapaci di riconoscere il capolavoro del secolo) che cosa potrebbe darci? Solo l’incazzatura e l’insonnia pagano – creativamente parlando?
L’insonnia non lo so, non ne soffro; è un trick ingenuo e ribaldo, una cornice che mi sono regalato per tenere insieme una macedonia di farneticazioni, scomuniche e anatemi abbastanza difficile da tenere a bada, ma certamente la rabbia è una molla creativa fenomenale. Non vedo perché rinunciarvi, o ripudiarla. Fammi il nome di qualche fenomeno della letteratura mondiale che funzioni a camomilla.

3) Si ha la sensazione che la sua sia una specie di ‘scrittura automatica’, dove la meditazione, la riflessione, la riscrittura e il taglio siano attitudini abominevoli, che vanno bandite ed allontanate, per preservare la carica incendiaria di pagine scritte sempre al fosforo bianco: Falluja docet. Ma è davvero così?
Sì e no. Mi è stato bonariamente sottolineato che pratico una scrittura rococò, una scrittura non facile, alla Coppedè – presente quel ridondante, ubriacante quartiere romano? Capisco che possa essere considerato un difetto, in ‘sto paese di inamidati, stipendiati e morti di sonno, ma d’altra parte ho scelto apposta di sfogarmi, vomitare, urlare, a volte scoreggiare, pratiche bellettriste che non sopporterebbero il bilancino del farmacista. Conosce lei qualche furibondo capace di contenersi? Ad ogni modo su questa mia insonnia ho lavorato come un pazzo, certo non col Serenase, però martellando, segando, limando, e stando soprattutto molto attento che l’ira e l’odio non soffocassero troppo analisi, considerazioni e ricordi. Non sono scemo, sai?

4) Ci dica qualcosa sulla copertina:quel sorridente, verdaceo Dottor Morte l’ha scelto lei?
No. Mi è stato dolcemente imposto. Pur essendo una mia illustrazione, non la volevo. Ne avevo preparata una più, come dire, insonne, certamente più in tema: un’enorme luna in sangue domina un perdente roso dal mal di stomaco, in piedi sulle rive d’un lago assassinato. Se c’è una cosa che odio è il concetto di morte, e nell’Insonnia Occidentale quasi non ne parlo, ma quel che odio ancor di più è la presunzione che spesso alligna nelle redazioni. Non ci farò mai il callo.

5) Riecco l’Insonnia Scozzàrica. Se ne guarisce?
Spero ben di no. Nel libro lo dico: cento nevrastenici, cento ME basterebbero per ottimizzare il mondo, per renderlo un panorama di giustizia e meringhe. Ma pare che le meringhe siano più insopportabili della merda.

6) Sembra che nulla possa scampare alla furia iconoclasta della sua scrittura, infarcita prima dell’alba da sogni, propositi e progetti tanto bellicosi e violenti. Come fa poi a tuffarsi nel mondo dopo colazione? Perché il mondo è così poco scozzàrico? Che colpa ne abbiamo noi?
Enorme, anche solo per il fatto di venire a chiedermelo.

7) Ma forse c’è qualcosa che si salva: mutandine usate, inesistenti libri magici recensiti mirabilmente, un posto tra le Ande, la nutrita tribù degli scozzariani, la forza immane di Gibilterra
Non so di che cosa sta parlando. I miei fantasmi li tengo per me. E sì, quelli li salvo.

FAMOLO LENTO?

«Finora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profondius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso»(Alexander Langer, La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà come socialmente desiderabile, intervento ai Colloqui di Dobbiaco, settembre 1994). Così asseriva Alexander Langer più o meno un anno prima della scelta di porre fine al proprio involontario soggiorno sulla terra  il 3 luglio 1995 a Firenze, al Pian de’ Giullari, impiccandosi ad un albicocco. Oggigiorno, a prendere atto dalla continua proliferazione di nuove sigle ( Slow Food, Slow Travel, Slow Life,… ), sembrerebbe che l’ auspicio del compianto Alex Langer, ex leader di Lotta Continua e dei Verdi, riscuota proprio nell’epoca dominata dalla dromologia ( così si chiama quella nuova categoria inventata dal filosofo Paul Virilio ad indicare la scienza che studia la velocità), un consenso sempre più vasto ed inaspettato. S’allarga infatti la tribù dei sostenitori e cultori della Lentezza, i Partigiani dello Slow is Beatiful, del ‘Famolo Lento’ piuttosto che strano; gli ultimi arrivati ad ingrossare le fila di questi irriducibili cultori dell’insostenibile lentezza dell’essere sono i seguaci dello Slow Reading, cioè del leggere con lentezza. Ne parlava, con qualche eccesso semplificativo, la Repubblica qualche giorno fa mescolando opinioni ed argomenti magari poco irrelati fra loro. Bastava aprire il computer e scoprire per esempio che già da tempo on line c’è un interessante, versatile sito web che si onora di far campeggiare la lentezza come proprio motto araldico: www.letturalenta.net. Ma questa fregola del famòlo lento, questo invito all’ossimorica caoticità del Festina lente è anche una specie di espediente e di risposta all’ emergenza di quella sindrome sempre più diffusa che è l’ attention span, ossia la capacità di rimanere concentrati su di un testo o su di una questione che richieda un minimo di applicazione intellettuale; da studi specialistici, l’attention span appare infatti in netto ribasso, soprattutto tra i giovani, addomesticati ormai alla convulsa rapidità delle comunicazioni via sms, facebook, Twitter et similia, tutte all’insegna dell’iperfast, del ‘diciamoci poco, ma subito’. E quindi: val la pena consacrarsi allo Slow sempre e comunque o è ancora lecito nutrire qualche dubbio, pur senza per questo schierarsi nella pletora dei dromomani? Certo: se si deve affrontare l’avvolgente prosa di quella cattedrale in forma di romanzo che è la Recherche di Proust o seguire con empatica aderenza le ondivaghe ruminazioni mentali di Mr. Leopold Bloom, il protagonista dell’Ulisse joyciano, la lentezza diventa uno strumento di navigazione indispensabile, la provvidenziale bussola che impedisce al lettore-navigante di perdersi in quei flutti e marosi che paiono di inusitata maestosità e potenza di fronte alle quiete, piccole, inquinanti basse maree di tanta letteratura(?) contemporanea. Scrive Andrea Cortellessa: “Perché si dovrebbe leggere con lentezza, in un mondo che da tempo ha scelto di andare al massimo della velocità, precipitandosi verso la fine col piede a tavoletta sull’acceleratore? Se si legge con lentezza lo si fa nella speranza – o nell’illusione – che la lettura che oggi abbiamo scelto per noi non equivalga al “consumo” del libro, al facile trangugiare del testo che quel libro ci trasmette. Ci illudiamo che quelle parole non si lascino “consumare” tanto facilmente; che oppongano resistenza, che si manifestino alla nostra coscienza per durare. Si spera insomma che la sostanza misteriosa, che sospettiamo e speriamo sia contenuta in quelle pagine, nell’attraversarci non ci lasci indenni, non scorra via sulla nostra pelle senza fare attrito. Vorremmo al contrario che quelle parole agiscano, sul nostro metabolismo intellettuale e sentimentale, come uno di quei farmaci che si definiscono “a lento rilascio”; che una volta depositati nella coscienza si illuminino a distanza, come – dice Gadda nel Pasticciaccio – certe «teoretiche idee […] sui casi degli uomini: e delle donne» che il dottor Ingravallo ogni tanto enunciava: «quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. “Già!” riconosceva l’interessato: “il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto”». Ecco: i libri da leggere con lentezza sono quelli che, in un modo o nell’altro, ci impongono questo «misterioso tempo incubatorio». Sono libri scritti nel tempo: per questo a loro volta ci richiedono tempo. Promettendoci in cambio, però, di donarci in futuro altro tempo. Sappiamo che daremo loro ragione, prima o poi: magari a distanza di anni.”. Tutto bene, certo e giusto. Ma quante sono le “teoretiche idee” ingravalliane, quanti “zolfanelli illuminatori” brillano di luce postuma di fronte alla impressionante mole di libri editi, di pessima letteratura che tracima e corrode, che urta e annichila? E allora quando ci si imbatte in quella letteratura che possiamo tranquillamente equiparare al junk food americano, quella letteratura-spazzatura che, di primo acchito, ci riempie e ci nutre, ci gratifica e consola, ma che, a lungo andare, rende il corpo obeso, la mente pigra, l’anima inerte, dovremmo davvero, in omaggio alla Dea Lentezza, masticarla ed assimilarla con posa quieta e riflessiva da provetti Slow Reader? Ecco prospettarsi davanti ai nostri occhi uno dei peggiori incubi ad occhi aperti che possono capitare: essere sottoposti ad una tortura che neppure a Guantanamo o ad Abu Ghraib hanno saputo concepire: essere costretti a leggere con lentezza i primi 5 titoli piazzati nella classifica dei bestseller italiani.

(Nella foto: il blogger fugge poco lentamente di fronte alla prospettiva-incubatoria appalesatasi nelle ultime righe)

Una lunga, lunga notte: Pascale e l’Italia.

Antonio Pascale “Questo è il paese che non amo”, Minimum Fax, 2010, pag.188, euro12.(pubblicato su L’Indice dei Libri del mese- Luglio-Agosto 2010).

“A che punto è la notte?” potrebbe essere l’interrogazione di sapore biblico con la quale compendiare il senso di questo nuovo libro di Antonio Pascale, prolifico autore d’origine casertana, giunto ora alla sua decima opera, la seconda per i tipi della Minimum Fax. In effetti, la notte di cui parla Pascale è quella che da almeno tre decenni avvolge con le sue tenebre ‘lunghe ed inquiete’ il nostro paese, senza che si profili il timido baluginare di un’alba prossima ventura. Un reportage su “Trent’anni nell’Italia senza stile”come enuncia il sottotitolo, ruvido quanto efficace, dove l’autore ci spiega, annodando fili eterogenei e disparati, lo stato delle cose in quello che un tempo era il Belpaese. Una notte italiana, quella che ci mostra Pascale, attraversata dal trionfo incontrastato dell’industria culturalpubblicitaria, dominata dall’imperativo categorico della spettacolarizzazione di circenses sempre più volgari e demenziali, asservita al dominio di un edonismo narcisista prono esclusivamente alla causa del mercato e del consumo. Un paese dove tranquillamente la cultura, l’intelligenza e la riflessione vengono additate tout court come disvalori tra l’indifferenza generale. Così tutto ciò che dovrebbe tentare almeno di scalfire questo stato di cose -per esempio, assumere, come fa Pascale, il carico di una intellettualità autentica, capace di esercitare un pensiero critico e problematico teso a rifiutare la logica della semplificazione e ad accogliere la sfida della complessità, senza abdicare all’esercizio dell’ analisi e dell’osservazione, guardare e capire le cose grazie alla forza pura della ragione e della passione- è sistematicamente sostituito dalla grottesca sfilata di pseudo maître à penser che, invece di sgombrare le macerie di questo trentennio consolatorio ed anestetico, puntellano allegramente le rovine. Ecco allora, in tragicomica successione, “l’intellettuale vip, il tuttologo moraleggiante, l’imbonitore spettacolare, il trasgressore programmatico”( così fotografava la situazione Ferroni in una recente intervista sul sito http://nuke.ilsottoscritto.it). Poi, per fortuna, si apre un testo come questo di Antonio Pascale e si legge, sin dalla primissima pagina, una fondamentale dichiarazione d’intenti: la rivendicazione di una scelta coraggiosa ed umile, in netta controtendenza rispetto ai modelli ferroniani succitati, quella cioè di autoindividuarsi come un intellettuale al servizio, un soggetto pensante in grado di far luce nella notte, indicando e citando libri ed articoli, ragionando su fatti ed eventi, sciorinando dati e situazioni. Basterebbe la nutrita, eterogenea bibliografia, posta dall’autore in esergo, dei libri e degli autori di cui si occupa in questa sua indagine colta e puntuale per avere una consistente guida ragionata alla comprensione ed analisi di questi anni. È una passione fredda quella che muove questo libro di Pascale: una freddezza che non significa però cinismo o disincanto o rinuncia, ma semmai una volontà di esperire un’idea, una teoria valida, facendosi largo in mezzo al ginepraio di un’informazione sempre più malmostosa e tendenziosa, che agisce sempre più come strumento di distrazione di massa, dirottando la sua attenzione su questioni del tutto vacue ed irrilevanti. Pascale si muove invece come se fosse un detective dello spirito critico, un conradiano secret sharer agli ordini di un’intelligenza che non abdica alla tentazione del batticuore e dell’irrazionalità o della supina acquiescenza alle mode più mainstream, ai dispositivi del consenso di massa e del ‘così fan tutti’. Per l’autore, è infatti proprio l’emotività uno dei pericoli maggiori, quella che si frappone fra l’evento e la comprensione dello stesso: “[…]vista e considerata la situazione del nostro paese, dove è proprio il tasso di emotività, sempre così acceso, solenne e alato, che ci spinge a smettere di pensare[…] possiamo spingerci ad affermare che quel complesso di reazioni labili e veloci che i primatologi chiamano ‘emozioni’ può abbassare la nostra comprensione del dolore del mondo o perlomeno renderla parziale?” Si capisce facilmente anche da questa citazione che Pascale, da buon investigatore alla ricerca del senso perduto, ricorre volentieri ad una sorte di modularità espressiva che viene continuamente reiterata alla stregua di un rivelatore tic sintattico-verbale: procedere per interrogazioni assillanti ed incalzanti, sempre supportate da una mole di fatti e questioni. Pascale ci spiega che quello della pursuit of happiness a tutti i costi è solo un equivoco e che ad essa va sostituito piuttosto ‘il diritto all’inquietudine’: “se non possiamo essere per forza felici, dobbiamo accontentarci di essere intelligenti, e dunque indagare, indagare, indagare” . Ma volendo rinvenire un difetto in questo libro non banale, si può dire che talvolta l’autore pare sopraffatto da una specie di empito didascalico, di furor pedagogicus che non corrobora sempre la potenza del ragionamento e della analisi. Comunque, un libro che resta, un’opera necessaria ed importante.