Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : agosto, 2010

I nuovi profeti: la premiata ditta B. & M.

I nuovi profeti sfoderano volti sereni e rassicuranti, di un candore quasi bamboccesco e finto-naif; volti la cui grazia angelicata è sapientemente intonata alla camicia (B.) o al maglioncino (M.) o alla polo blu notte ( sempre M.), novità assoluta questa per look sapientemente meditati ed indagati, con un’acribia degna di miglior causa, da articolesse ponderose, da estenuanti esegesi di ineffabili cronisti, capaci di riempire intere colonne discettando sul numero dei bottoncini e sulla lunghezza delle arrotolate maniche di camicia. Sono B. & M. i profeti del ‘bisogna essere assolutamente moderni’, i guru benedicenti del post post-moderno, i nipotini sempre à la page, più buoni e concilianti, più presentabili e simpatici dei loro bellicosi ed ineleganti avi che, all’inizio del secolo scorso, teorizzavano la necessità della distruzione di biblioteche, musei ed accademie per celebrare i fasti del nuovo che avanza, del domani che è già oggi, della bellezza di un futuro gioioso e magnifico che è come già incistato nel presente, ma noi non ce ne siamo neanche accorti. Oggi i nuovi profeti sentenziano l’avvento dell’epoca nuova e felice, scortati dall’ applauso fedele di platee ugualmente osannanti, platee sostanzialmente omologhe ed affini – i ciellini a Rimini, il pubblico televisivo di Fazio, quello del salotto buono della sinistra (sic)-, platee in isterico tripudio di fronte all’annuncio del Verbo Nuovo, quello che spiega che bisogna farla finita con il vecchiume ed il passatismo, che le anticaglie del pensiero e i ruderi dell’ideologia vanno gettati via, tout court, senza pietà. Sostiene infatti M. che la lotta di classe, i diritti dei lavoratori, la conflittualità e l’antagonismo non sono altro che orpelli antiquati di un mondo che fu, oggetti kitsch del salotto di Nonna Politica che debbono essere tolti di mezzo per spianare la strada al nuovo che avanza “ Non siamo più negli Anni Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra ‘capitale’ e ‘lavoro, tra ‘padroni’ e ‘operai.[…].Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti” ( e si noti bene il rovesciamento quantitativo per cui i molti –i lavoratori- diventano pochi e i pochi,-i capitalisti-molti. Ma nella realtà non è l’esatto contrario?) Ma anche : “Rifiutare il cambiamento a priori significa rifiutare il futuro. Se non siamo disposti ad adeguarci al mondo che cambia, ci ritroveremo costretti a gestire solo i cocci del nostro passato.” Che M. sia poi lo stesso che veniva collocato pochi anni fa dal comunista(?) Bertinotti fra i ‘borghesi buoni’ tanto da indicarlo come ‘salvatore’ dell’Alitalia, è cosa che oggi suscita più il sorriso che il dolore. 

Per una felice sovrapposizione sincronica, lo stesso giorno in cui il nuovo profeta M. cancellava, parlando alla platea di di Affari e Comunione, tanto brutalmente un pezzo di storia, un altro nuovo profeta ci spiegava, illuminato da una curiosa dislocazione ucronica (“Ci crediate o no, questo articolo l’ho scritto nel luglio 2026, cioè fra sedici anni”: questo l’abbacinante incipit su Repubblica del 25 agosto dell’articolo di B. per cui si può parlare di profezia ex post) che l’idea di una formazione culturale basata sulla non superficialità dell’apprendimento e della conoscenza, ma piuttosto sulla pazienza, sulla fatica, sull’ indagine ostinata, sulla ‘profondità’ della ricerca e dello studio, erano detriti del passato, semplici materiali di scarto, macerie da destinare ad una prossima imminente liquidazione. Val la pena riportare alcune chicche dall’articolo del profeta B:  “ la profondità, che in realtà non sembra mai essere esistita, e che alla lunga sarà ricordato come una delle utili menzogne che gli umani si sono raccontati.[…]. La reinvenzione della superficialità come luogo del senso è una delle imprese che abbiamo compiuto: un lavoretto d’ artigianato spirituale che passerà alla storia. Dove molti vedevano una semplice resa alla superficialità, molti altri hanno intuito uno scenario ben differente: il tesoro del senso, che era relegato in una cripta segreta e riservata, ora si distribuiva sulla superficie del mondo, dove la possibilità di ricomporlo non coincideva più con una discesa ascetica nel sottosuolo, regolata da un’ élite di sacerdoti, ma da una collettiva abilità nel registrare e collegare tessere del reale. […]Perdiamo capacità di concentrazione, non riusciamo a fare un gesto alla volta, scegliamo sempre la velocità a discapito dell’ approfondimento: l’ incrocio di questi difetti genera una tecnica di percezione del reale che cerca sistematicamente la simultaneità e la sovrapposizione degli stimoli: è ciò che noi chiamiamo fare esperienza. Nei libri, nella musica, in ciò che chiamiamo bello guardandolo o ascoltandolo, riconosciamo sempre più spesso l’ abilità a pronunciare l’ emozione del mondo semplicemente illuminandola, e non riportandola alla luce: è l’ estetica che ci piace coltivare, quella per cui qualsiasi confine tra arte alta e arte bassa va scomparendo, non essendoci più un basso e un alto, ma solo luce e oscurità, sguardi e cecità Per questo oggi suona kitsch ogni simulazione di profondità e in fondo sottilmente cheap qualsiasi concessione alla nostalgia. La profondità sembra essere diventata una merce di scarto per i vecchi, i meno avveduti e i più poveri”.

A questo punto giunge inevitabile una specie di corto circuitazione onirica, di smarrimento delle coordinate spaziotemporali, di un piccolo collasso babelico per cui non si capisce più se è Baricco che parla ai ciellini elogiando la globalizzazione o Marchionne che ha scritto un fondo su Repubblica per spiegare quanto è bello essere superficiali. Le tesi dei due nuovi profeti coincidono e si equivalgono, ci spiegano e contestualizzano il mondo ponendosi esattamente dalla stessa parte della barricata. Una barricata confortevole e piena di glamour ed ammennicoli, dove wikipedia e multi skating, ipad e google convivono gioiosamente insieme ad un’ ottica del lavoro e del profitto che ricorda molto da vicino quella schiavistica, una celebrazione della felicità che coincide con la globalizzazione dei doveri e la distruzione dei diritti.

Centimetro

10 anni? 20 anni? 1 anno? Un giorno? Due settimane? Poche ore? Un mese? Chi può dirlo, meglio di quanto dice l’Adriano inventato dalla Yourcenar: “Ciò non pertanto, sono giunto a quell’età in cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata. Dire che ho i giorni contati non significa nulla; è stato sempre cosí; è cosí per noi tutti.”
In realtà, rivedendo adesso questi pochi minuti tratti da Aprile di Nanni Moretti, ciò che più colpisce non è solo la numinosa boutade sulla metrificazione del tempo che ci resta da vivere, quanto la reazione del protagonista. La consapevolezza che c’è rimasta da vivere una piccola parte del centimetro  non induce a nessuna tergiversazione o melanconia, a nessuna cupezza od intorbidamento esistenziale, a nessun consolatorio lamento sulla finititudine dell’essere et similia. Piuttosto: spazzare via tutte le macerie sulle quali abbiamo costruito il grottesco monumento di noi stessi, fuggire dalla pesanteur che abbiamo tanto scioccamente edificato per rovinare i nostri giorni migliori, abbandonare quella gravità mondana che tanto ci ha condizionato e condiziona, liberarci dalla zavorra con la stessa grazia e leggerezza con la quale Moretti getta via la sua collezione di ritagli da riviste e giornali tanto pazientemente accumulata e catalogata. Ciò fatto, forse, sarà più facile, prima che la candela sia del tutto consumata, girare finalmente quel famoso musical sul pasticcere ballerino e trozkista o scrivere un libro sulla persona più felice del mondo nel secolo più violento e breve( uno come J.H.L., per dire).

Uno stupido è uno stupido è uno stupido.

 

La stupidità è proteiforme ed infinita, ma uno stupido è sempre uno stupido è uno stupido. Temo sia anche invincibile, capace com’è di assurgere sempre a nuova vita, di autocelebrarsi indossando comunque maschere e forme e simulacri sempre nuovi, inaspettati, paventati o spiazzanti. Poi essa è vieppiù pericolosa e nefasta quando assume una parvenza apparentemente inoffensiva e ‘ludica’; quando sembra poter meritare, come unica risposta possibile, un trattamento analogo a quello che l’adulto solitamente riserva al proprio piccolo, protagonista di una puerile, innocente birichinata: il sorriso accondiscendente che anticipa di poco l’imminenza del perdono. Per cui una cosa come quella che è avvenuta ieri a Roma suscita in me un feroce moto di bieco, sbrigativo, feroce giustizialismo; evoca il berija che tengo sopito e nascosto,ma  che, in casi come questi, ulula per poter dar sfogo a tutto il suo repertorio di violenza, a tutto il suo insopprimibile desiderio di vendetta. Per cui se i miei desideri potessero trasformarsi in realtà vorrei che questo trasgressore piccolo piccolo, questo erostrato de’ noantri, questo marinetti in miniatura fosse spedito in una qualche Kolyma, in un viaggio di sola andata per Guantanamo o similia. Perché lui è un portatore insano della stupidità adulta, quella più pericolosa e resiliente, quella il cui fondo opaco è composto da un mix inestricabile di intolleranza, ignoranza, menefreghismo, sciatteria, volgarità, narcisismo, esibizionismo, etcetera.Non può non venire in mente Flaubert: una sua celebre lettera del 6 ottobre 1850 : ” La betise è qualcosa di incrollabile; niente può attaccarla senza andare in frantumi…Ad Alessandria d’Egitto, un certo Thompson di Sunderland , ha scritto il proprio nome sulla colonna di Pompeo a lettere cubitali. Si legge ad un quarto di lega di distanza. Non c’è modo di vedere la colonna senza vedere il nome di Thompson e quindi senza pensare a Thompson. Questo cretino si è incorporato al monumento e si perpetua con esso. Cosa dico ? Lo schiaccia con lo splendore delle sue lettere gigantesche. Non è formidabile costringere i lettori futuri a pensarvi e ricordarvi di voi ? Tutti gli imbecilli sono più o meno dei Thompson di Sunderland”

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Cavazzoni,il mare ed Hitler

 

Il lunatico Cavazzoni ci dona, negli otia ferragostani, una suadente analogia: 

http://www.scrittoriperunanno.rai.it/scrittori.asp?currentId=15

Home, sweet home( Casa Collyer, marzo 1947)

Che cosa vogliono dirci Homer & Langley Collyer dall’abisso senza fondo delle loro macerie, barricati per decenni contro il mondo nella loro magione sulla Fifth Avenue? Perché abbiamo la sensazione che abbiano voluto comunicarci qualcosa di essenziale e fondamentale e che, per farlo, hanno gridato così forte e così tanto fino ad essere letteralmente inudibili? Perché questa vicenda, tanto familiare e peculiare, tanto americana e tanto universale, ci riporta alla mente qualcosa che non dovrebbe c’entrare niente con la follia di casa Collyer, e cioè le urla e le grida lanciate dagli uomini che cadevano dalle Due Torri? (continua…)

Alessandro Moscè recensisce ‘69 posizioni’

LINNIO ACCORRONI: LE POSIZIONI DEL MONDO ATTRAVERSO I LIBRI

Linnio Accorroni, nato e residente ad Osimo (si è distinto finora per i suoi articoli apparsi su “Stilos” e “Liberazione” e per la partecipazione a blog di sicuro affidamento come “Nazione Indiana” e “La Poesia e lo Spirito”), è un bravo critico dallo stampo analitico, dalla capacità saggistica anche nel taglio breve. Lo dimostra, una volta di più, la raccolta di cronache, interviste e letture pubblicate nel bel volume 69 posizioni (Cattedrale, Ancona 2010). 69 sono i suoi interventi a proposito di arte e letteratura, ma non disdegnando la politica e la musica. Una ricerca a tutto campo che svaria lungo l’asse del nostro Novecento e nei primi dieci anni di terzo millennio. Accorroni non ha mai una dimensione localistica, ma uno sguardo aperto, anche impegnato, che lo porta a muovere la sua penna al di là dell’io e di ogni stimolo predeterminato, cronachistico. “Tutti quelli che scrivono hanno dentro di sé, più o meno conscia, l’aspirazione di innovare, se non sovvertire del tutto, una modalità dell’espressione che pare logora e stantia”. A Linnio Accorroni si deve, tra l’altro, la valorizzazione di uno dei più grandi scrittori europei, il francese Philippe Forest, definito tra gli autori più intensi e sconvolgenti degli ultimi anni. Questo volume raccoglie una  straordinaria intervista a Forest, che ci fa capire l’indispensabilità dell’esperienza e della testimonianza, fondamenti “intoccabili” di un  romanzo. La sofferenza fisica e il dolore per la perdita di una figlia, consentono di raccogliere espressioni efficaci, preminenti come questa: “Nessuno vuole più sapere nulla di ciò che capita ad un essere umano nella sua relazione con l’irreparabile. L’ospedale è un luogo di osservazione insostituibile, a tale riguardo. Tutto il pensiero dominante tende a cancellare dalla nostra coscienza tale realtà. Il mio romanzo parte in guerra contro tale pensiero dominante”. Linnio Accorroni legge e interpreta alcune opere di scrittori contemporanei: Eraldo Affinati, Alberto Arbasino, Ermanno Rea, Beppe Sebaste, Sandro Veronesi, Alessandro Zaccuri. L’interesse per gli stranieri è il fuoco creativo di 69 posizioni. Ce lo attesta Joan Didion raccontando di una coppia perfetta di intellettuali. La morte non interrompe nulla, ma può solo spingere a refertare la felicità evocando tempi e azioni, parole e luoghi. La fine di 69 posizioni si collega all’inizio, all’impertinenza di una constatazione da insegnante che manifesta, proprio come in un libro, il destino dell’uomo: “A scuola, mi soffermo spesso a osservare gli studenti che, durante l’intervallo, s’affollano nell’atrio centrale: nel brusio indistinto, in quella specie di tableau vivant cubista fatto di abbracci, pacche, sfioramenti, baci tra gente che è stata gettata nel mondo trent’anni dopo di me, vorrei cogliere un qualche orizzonte di senso possibile, sperare che quelle risate, adesso così aperte e spensierate, non debbano tramutarsi tra qualche tempo nei ghigni spezzati, nelle smorfie di disgusto, nei pianti inconsolabili di chi scoprirà in corpore vili la sconvolgente violenza insita in ogni esistenza”.

(pubblicata, con tagli, sul Corriere Adriatico del 31 luglio 2010)