Leggo “Diario italiano 1997-2006”( Giulio Perrone, 2008) di Enzo Siciliano: una raccolta antologica di quei Diari con i quali l’intellettuale calabro-romano apriva ‘Nuovi Argomenti’ al tempo della sua direzione . Un libro che commuove per i continui spostamenti del baricentro narrativo, perché, nello spazio breve di una stessa pagina, riflessioni politiche, rilievi atmosferici e climatici, squarci paesaggistici, micro recensioni e divagazioni saggistiche si alternano fino a comporre la ‘tenua imprevedibilità’ di una biografia umana prima ancora che intellettuale. Terra, alberi, malattia, famiglia, libri, amici, politica, neve, sole, case, piazze, città, quadri, luce, musica, tv, memoria, frammenti di conversazione, ritratti, viaggi, traduzioni dal latino, dal greco, dall’inglese,…etc..: tutto rientra nella sfera di interesse di quest’uomo dalla curiosità prensile e inesauribile, attento alle increspature, ai dettagli, ai mutamenti, anche i più impercettibili e reconditi. Mi accorgo, con il passare delle pagine, che c’è una incredibile quantità di refusi che guastano con una frequenza impressionante la ritmica felicità di questa prosa. Ma, invece che disturbarmi, mi accorgo che questa mole inusitata di errori e svarioni, alla fine, mi inebetisce e quasi quasi mi affascina. Sono catturato e quasi ipnotizzato dagli incredibili raddoppiamenti di consonanti, dalla proliferazione di sillabe mancanti, dalla involontaria preveggenza di questi neologismi, da questi lapsus che sgomentano ed irretiscono, che trionfano e furoreggiano sulla pagina. Mettere insieme tutti questi errori significherebbe comporre una specie di universo linguistico parallelo, scrivere un altro testo, alternativo e non congruente a quello dell’autore.
Prendo dalla biblioteca scolastica “Un amore” di Dino Buzzati. Una vecchia edizione Oscar Mondadori. Al posto della copertina un simulacro di carta bianca e porosa con titolo e collocazione scritto a penna, sul taglio. Ogni due, tre pagine, in alto a destra, la vecchia, classica ‘orecchia’ ( tò, chi si rivede!): è il tracciato mnestico di un solo lettore particolarmente lento, bisognoso di frequenti pause o piuttosto il segno dell’affoltarsi di tanti lettori diversi, ma accomunati dal fatto di segnare i loro steps con relativa piegatura triangolare in alto a destra? Ogni tanto una piccola parentesi quadra, in finale di paragrafo, a matita: non riesco a comprenderne il senso. Poi, quando meno te l’aspetti, in loci non particolarmente pregnanti dal punto di vista narrativo, una piccola X a penna blu: una decina in tutto, ma capaci di ingenerare interrogativi inesausti. Due pagine poi sono guastate da un’enorme macchia che risale a molto tempo fa, perché è sbiadita, perché è scolorita. Però resisterà molto a lungo. Sicuro.






