Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : settembre, 2010

Stella, Fiore, Notte

Leggo “Diario italiano 1997-2006”( Giulio Perrone, 2008) di Enzo Siciliano: una raccolta antologica di quei Diari con i quali l’intellettuale calabro-romano apriva ‘Nuovi Argomenti’ al tempo della sua direzione . Un libro che commuove per i continui spostamenti del baricentro narrativo, perché, nello spazio breve di una stessa pagina, riflessioni politiche, rilievi atmosferici e climatici, squarci paesaggistici, micro recensioni e divagazioni saggistiche si alternano fino a comporre la ‘tenua imprevedibilità’ di una biografia umana prima ancora che intellettuale. Terra, alberi, malattia, famiglia, libri, amici, politica, neve, sole, case, piazze, città, quadri, luce, musica, tv, memoria, frammenti di conversazione, ritratti, viaggi, traduzioni dal latino, dal greco, dall’inglese,…etc..: tutto rientra nella sfera di interesse di quest’uomo dalla curiosità prensile e inesauribile, attento alle increspature, ai dettagli, ai mutamenti, anche i più impercettibili e reconditi. Mi accorgo, con il passare delle pagine, che c’è una incredibile quantità di refusi che guastano con una frequenza impressionante la ritmica felicità di questa prosa. Ma, invece che disturbarmi, mi accorgo che questa mole inusitata di errori e svarioni, alla fine, mi inebetisce e quasi quasi mi affascina. Sono catturato e quasi ipnotizzato dagli incredibili raddoppiamenti di consonanti, dalla proliferazione di sillabe mancanti, dalla involontaria preveggenza di questi neologismi, da questi lapsus che sgomentano ed irretiscono, che trionfano e furoreggiano sulla pagina. Mettere insieme tutti questi errori significherebbe comporre una specie di universo linguistico parallelo, scrivere un altro testo, alternativo e non congruente a quello dell’autore.

Prendo dalla biblioteca scolastica “Un amore” di Dino Buzzati. Una vecchia edizione Oscar Mondadori. Al posto della copertina un simulacro di carta bianca e porosa con titolo e collocazione scritto a penna, sul taglio. Ogni due, tre pagine, in alto a destra, la vecchia, classica ‘orecchia’ ( tò, chi si rivede!): è il tracciato mnestico di un solo lettore particolarmente lento, bisognoso di frequenti pause o piuttosto il segno dell’affoltarsi di tanti lettori diversi, ma accomunati dal fatto di segnare i loro steps con relativa piegatura triangolare in alto a destra? Ogni tanto una piccola parentesi quadra, in finale di paragrafo, a matita: non riesco a comprenderne il senso. Poi, quando meno te l’aspetti, in loci non particolarmente pregnanti dal punto di vista narrativo, una piccola X a penna blu: una decina in tutto, ma capaci di ingenerare interrogativi inesausti. Due pagine poi sono guastate da un’enorme macchia che risale a molto tempo fa, perché è sbiadita, perché è scolorita. Però resisterà molto a lungo. Sicuro.

Maestri e salsa piccante

Perché i maestri,tutti, nessuno escluso, vanno mangiati. Magari in salsa piccante. Lo sa bene il corvo, tanto quanto Totò e Ninetto che seguiranno i suoi consigli.

Questa visione della città mi ha fatto venire alla mente un episodio che mi avevano raccontato alcuni amici, laureati in architettura. Quando erano studenti, negli anni 70, avevano chiesto a Giovanni Michelucci, il grande architetto fiorentino che aveva realizzato tra l’altro la Stazione di Santa Maria Novella, di guidarli in una visita di Siena. Michelucci accettò. Quando i ragazzi arrivarono a piazza del Campo, invece di iniziare con le spiegazioni disse loro di vivere la piazza per un’ora come meglio credevano, giocando o anche sdraiandosi sul selciato. Finita l’ora li radunò e senza aggiungere parole li accompagnò a vedere la maestà di Duccio. Anche qui nessuna parola, ma una sola raccomandazione: guardatela, fissate bene l’oro della Maestà. Alla fine disse: «Ecco, adesso conoscete Siena».( da http://robedachiodi.associazionetestori.it/)

«Molti anni fa, studente dell’ultimo anno di liceo, andai con alcuni compagni di classe a sentire una lezione di Ungaretti su Leopardi all’Università di Roma. Eravamo pieni di febbrili aspettative e uscimmo sconcertati e delusi: il vecchio poeta aveva debuttato leggendo (meravigliosamente) Alla luna. Arrivato alla fine della sua lettura era rimasto in silenzio, con istrionica impassibilità, per qualche minuto, poi aveva borbottato: “È meraviglioso… non c’è niente, proprio niente da dire” e aveva letto e riletto ripetute volte il testo fino a quando il tempo della lezione fu completamente esaurito» ( da Mario Lavagetto ‘Eutanasia della critica’).

Io detto, tu scrivi.

Confine sottile, ma insuperabile quello che separa l’esistenza terziaria e parassitaria dei Funzionari da quella dei Beniamini della vita. Inutili gli affanni, le fatiche, le opere: i primi saranno sempre separati dagli altri da un margine che pare esiguo, ma è invalicabile, più o meno quanto lo scarto linguistico ed esistenziale che contrappone il voyeur al viveur. Raffaele La Capria nel libro “L’estro quotidiano” in una paginetta parla di suo fratello Pelos, che è poi anche il deus absconditus del suo romanzo più famoso, e cioè “Ferito a morte”. La Capria spiega, con l’ incantata souplesse che rende la sua una delle prose più pure del nostro ‘900, come suo fratello appartenga alla casta fortunata dei Felici Pochi: “ Era sfrontato, spregiudicato, era una specie di Mercuzio estroso ed irriverente”. Lui, invece, l’intellettuale della famiglia era destinato ad una vita di rincalzo, sussidiaria, venata da una malcelata invidia per i trionfi casuali e stupefacenti, ottenuti senza minimo sforzo, da quel Beniamino che circolava per casa. Una volta che Pelos lesse “Ferito a morte” e si riconobbe in quelle pagine, contraccambiò quel piacere inatteso regalando al Funzionario-Scriba un sorriso ed un commento che pare di rara perfidia, ma che fotografa lucidamente l’incommensurabilità di una distanza: “Insomma,io detto e tu scrivi”.

( nella foto, Klaus Beniamino Mann)

Nugae II

A tratti, il tonfo sordo di una noce

che, per sopraggiunta maturità, piomba a terra con un fragore

timido e conciso.

Gli scricchiolii dei rami, come un brivido freddo, preannunciano

lo schianto prossimo.

Nugae I

La coccinella- cadeau giallo a piccoli pois neri piovuto dal cielo-

sale

sulla punta della matita che disegna tremuli fiumi grigi sotto le righe.

Poi, urtata dall’ isocromatismo con  quel dito artificiale ,

fugge

in verticale, indispettita dalla pessima imitazione.

Di grazia: il gruccione

 

Guardali lì tutti schierati in bella schiera sul cavo della luce, in fila serrata e cromaticamente arlecchinesca: hanno qualcosa di buffo e di ilare, giocano con il sole, se ne fregano del mondo. La loro, poi, è una pretesa insostenibile e persino un po’ prepotente, anche se avanzata con la lieve gregarietà che li caratterizza: avviare così, mentre li spio dalla finestra, una conversazione estemporanea e collettiva, rumorosissima e sostanzialmente folle, un collage sonoro di “criich-criich-criich” o “priich-priich“ o “criichuich“ o “prruich”. Ma se, a leggere Svetonio, quello dei pavoni è il paupulare, quello delle cornacchie è il fringulire, quello delle civette è il cuccubire, dei merli il frendere o lo zinziare, dei tordi il trucilare o soccitare, degli storni il passitare, delle rondini il fritinnire o il ninurrire,dei passeri il titiare, di grazia,ditemi, che verso fa il gruccione, a quale xenoglossia vuole artatamente indirizzarmi?

Un uomo in rosso

Ho intervistato Andrea Cortellessa a proposito del suo ( e di Luca Archibugi)  ”Senza scrittori”. L’intervista è uscita nel numero di Stilos di settembre e adesso è anche qui.

Un buco (non) è un buco (non) è un buco.

Era solo un abbaglio, certo, ma fino ad ieri eravamo persuasi del fatto che, per dirla con Gertrude Stein, “una rosa è una rosa è una rosa”. Ma, in realtà, a leggere la Repubblica del 6 settembre, un buco (non) è sempre e solo un semplice buco, un foro, un pertugio, una fenditura, uno spazio. Una mezza colonna del quotidiano romano, immortalata puranche da una esauriente documentazione fotografica rinvenibile sul sito on line, viene dedicata all’alata e lirica descrizione di un semplice buco appalesatosi nella scarpa sinistra della Regina Elisabetta durante i Braemar Games lo scorso weekend. L’autore dell’articolo, inebriato da questa folgorante apparizione, lo descrive come un “ foro dalle caratteristiche aristocratiche” ( e già qui uno si scervella a pensare quali siano le caratteristiche che connotano l’aristocraticità di un foro rispetto ad un altro che nobile non può dirsi). Si sofferma poi sulle sue graziose coordinate estetiche con parole che andrebbero bene anche per un Vermeer: “ piccolo, nitido, elegante, a mezzaluna, senza un lembo slabbrato”. Conciona, sfiorando le vette di un irresistibile climax, sulla sua innata elitarietà: “ pare inciso su una suola immacolata che non abbia mai sfiorato un plebeo frammento di fango”. Ora noi qui, poveri sudditi dalle suole (non aristocraticamente) bucate, siamo qui a crogiolarci, ad aspettare con impazienza la descrizione che si spera sia altrettanto affettata ed appassionata di una macchia, campeggiante, con quella stessa benevola, leziosa, consustanziale nobiltà, sulle mutande di Carlo.

Cara, dolce, tenera Elizabeth

 

( versione più breve qui):

1958: Bruce ha 18 anni: è entrato nella Sotheby’s come magazziniere nella sezione opere d’arte, 2 anni dopo diventa catalogatore nella sezione Impressionisti.1961: Elizabeth ha 23 anni: viene assunta dalla Sotheby’s come segretaria di un capo. La loro relazione nasce due anni dopo, nonostante le perplessità cagionate dall’inquieta, variegata attività sessualità di Bruce. Dopo un periodo di intenso lavoro alla Sotheby’s, Bruce comincia ad accusare dei disturbi all’occhio destro. Uno specialista gli dice: “Hai guardato per troppo tempo i quadri troppo da vicino. Perché non li sostituisci con vasti orizzonti?” Quel consiglio segnò l’inizio di una carriera prodigiosa ed inaudita: il magazziniere-catalogatore si trasformò in viaggiatore, il viaggiatore in autore, l’autore in mito, il mito, postmortem, in logo. Nel febbraio del 1965, dopo il consiglio dello specialista, Bruce parte per un lungo periodo in Sudan. Tornato, Bruce chiede ad Elizabeth di sposarlo: a suo fratello confessò che lo faceva “Per impedirmi di diventare pazzo”. Pensava che la felicità offerta da quell’unione avrebbe calmierato la eterogenea voracità dei suoi istinti sessuali. Probabilmente fu un matrimonio morganatico, più o meno come quello fra Tomasi di Lampedusa e sua moglie, la psicanalista Alessandra Wolf. Nel 1966 Bruce abbandona definitivamente Sotheby’s. Per tutta la durata del loro matrimonio, nonostante i lunghi periodi di assenza di Bruce che a piedi si faceva, più o meno, il periplo del mondo, Elizabeth si mantenne ben salda. Conservò la sua autonomia ed indipendenza, accettando con perfetta calma qualsiasi cosa lui facesse. Bruce, da parte sua, aveva bisogno di qualcuno da cui fuggire e a cui fare ritorno: Elizabeth era questo qualcuno. Bruce muore per Aids nel 1989, senza mai fare outing riguardo la sua malattia, anzi attribuendone l’origine a motivi misteriosi e leggendari che sanno di romanzo d’appendice ( morso di pipistrello, misteriosa malattia tropicale,…), legati comunque al suo perpetuo nomadismo. Il Bruce in questione è Bruce Chatwin, cioè quello che oggi, a tutti gli effetti, più che come autore, è celebrato come un logo amatissimo dal marketing dell’industria culturale: si pensi alle Tshirts globalizzate che riportano in bella mostra le sue frasi famose, si pensi alla fortuna dei suoi mitici taccuini, i moleskine che ormai sono accessori indispensabile nella divisa dello scrittore di grido di ogni latitudine. I suoi libri sono vendutissimi, pubblicati da editori raffinati e à la page ( in Italia, Adelphi). In più, a rinverdire i fasti di casa Chatwin, sua moglie adesso è diventata inopinatamente anche l’inventrice di un nuovo genere letterario: l’epistolario con rettifica-a mittente morto-. Infatti è in uscita presso le edizioni Jonathan Cape dal 2 settembre il volume di 550 pagine Under the Sun: The Letters of Bruce Chatwin, caratterizzato da un originale,velenoso contributo dato dalla signora Elizabeth Chanler in Chatwin. La vedova infatti chiosa, smentisce, rettifica, sbugiarda le lettere di suo marito, aggiungendo commenti perfidi e salaci ed introducendo note che sottolineano la mediocrità e fragilità di quello scrittore diventato mito, di quel mito diventato logo. E allora, a proposito di epistolari celebri, ce le immaginiamo le lettere di Kafka con le glosse di Milena, George Sand che svillaneggia Flaubert o Theo van Gogh che ironizza sulla follia di suo fratello? Cara, dolce, tenera Elizabet.

Aridatece Tinto !

 

 “Sono rimasto dieci giorni senza conoscenza. Quando aprivo gli occhi vedevo Caterina e le dicevo: che bel viso »[…]«I medici dissero a Caterina che ero in pericolo di vita. Ma quando aprivo gli occhi non avevo paura, mi rendevo conto della situazione ma l’apparizione di Caterina mi rasserenava, ero pronto a tutto. Mi lasci comunque ringraziare i medici di Vicenza, mi hanno fatto capire che si può continuare».

“ Ero immobile quando fino a pochi giorni prima facevo una vita intensa. Mi chiesi se valeva la pena di vivere o di morire. Una notte pensai al suicidio, con serenità. La mattina dopo, di nuovo vedendo Caterina, ho però reagito». «

Come l’ha cambiata questa esperienza? «Profondamente. Il sesso, l’eros: è l’ora di fare un discorso serio su questi temi. Il sesso non deve essere un “consumo” finale, ma uno stato provvisorio».

Certo che dette da Lei queste parole suonano un po’ strane… «La vera trasgressione oggi è l’amore. Ho inseguito la libertà attraverso l’eros, rimuovendo la morte e la vecchiaia, trasformando il sesso in un’ossessione. Ho superato questa fase: confrontandomi con la morte l’ho accettata. Non può essere il sesso l’obiettivo finale. Conta di più la sfera affettiva».

Che cosa sta leggendo in questo periodo? «La vita di Martin Lutero, molto interessante».

Queste parole, raccolte da Alessandro Zangrando e pubblicate sull’inserto veneto del Corriere della Sera due giorni fa, suscitano malinconia e rammarico per motivi evidenti: infatti a pronunciarle non è una pecorella smarrita riaccolta nel grande ed accogliente grembo di SantaMadreRomanaChiesa, né un devoto integralista teocon, tutto RadioMaria nelle cuffiette ed Osservatore Romano nella 24ore. E chi è allora che, in questa intervista, si sdilinquisce languidamente sul viso di petrarchesca luminosità della salvifica Caterina ( ma un tempo il suo sguardo, in onore anche dall’epitaffio che lui stesso, nelle ore immediatamente precedenti la malattia, aveva coniato per la propria tomba: “fu vera gloria? Ai posteriori l’ardua sentenza”, si sarebbe sdilinquito, con ostinazione da vieux cochon, ad ammirare le conturbanti evidenze callipigie della suddetta Caterina), chi è che in questa intervista osa riproporre di nuovo l’antica, vituperata, ipocrita distinzione fra sesso ed amore, esaltando il potere trasgressivo (sic) di un eros platonico, tutto palpiti e sospiri e cerebralismo, e la conseguente detronizzazione della sessualità ridotta soltanto alla sua dimensione libidinosa-ossessiva-consumista, chi è che confessa di tenere come proprio livre de chevet la vita del terribile e bellicoso e fondamentalista Lutero? Ahimè: chi dice tutto questo è un signore che si chiama Tinto Brass. Quello stesso Tinto Brass che un tempo avevamo annoverato fra i nostri eroi preferiti non tanto per la qualità non eccelsa della sua copiosa produzione cinematografica ( tra cui salverei senz’altro quella sorta di favola postpunk, piena di rumore e follia, che era Snack Bar Budapest -1988-, con un crepuscolare Giancarlo Giannini e La chiave -1983 -, tratta da uno stupendo racconto di Junichiro Tanizachi, magistralmente recitata da una Stefania Sandrelli d’inarrivabile malizia e da un grandissimo Frank Finlay nel ruolo di magnifico cocu, voyeur e grafomane) quanto per l’irriducibile spirito libertino, fra Baffo ed Bataille, che connotava le sue dichiarazioni, lontane abissalmente dallo spirito becero del trionfante politicall correct, e piuttosto capaci di chiamare le cose con il loro nome, di restituire ad esse la propria funzione dirimente ed inequivocabile, di dire cioè  pane al pane, mona alla mona, culo al culo. Purtroppo, a leggere questa intervista, quel Tinto Brass adesso non c’è più, sostituito da un tepido, prudente suo ectoplasma, mistico ed asessuato, tutto prudenza, sentimenti e benpensantismo : guarito per fortuna dall’emorragia cerebrale che l’ha colpito nell’ aprile scorso a Marostica, l’ex-incendiario non si è potuto salvare però dalla più triste e scontata delle derive: la metamorfosi in bonario, impacciato pompiere.