Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Monthly Archives : marzo, 2011

“Cattivi Pensieri”: un ricordo di Massimo M.

Andando a rovistare nel suo profilo facebook, è come se si entrasse in una casa pulita ed ordinata, dalle molte stanze, simmetriche ed armoniose, piene di luce, sole, aria. Ogni cosa è al posto giusto, proprio là dove speravi di ritrovarla, come se chi si apprestava a lasciare la casa avesse desiderato che per gli altri, per i ‘sedicenti vivi’che restavano, sia che fossero ospiti o residenti, tutto fosse facilmente accessibile, a portata di click e di mouse, di mano e d’occhi. Le foto sono tante e belle, raccolte ordinatamente in tante cartelle dai titoli di volta in volta autoironici (quella piccola autobiografia per immagini nella cartella intitolata “era tanto carino…poi si è guastato col crescere”), oppure legate alla passione per la cronaca fotografica ed il gusto mai abbandonato per la militanza e l’impegno politico, sempre schierandosi coerentemente (e masochisticamente, certo) con quelli che continuano a stare “dalla parte del torto” ( guarda le cartelle fotografiche “ Festival L.U.P.O.”/ “Festival Antirazzista”) oppure  messe lì a testimoniare la resiliente intersecazione di ‘personale e politico’, come recitava un vecchio slogan che adesso sembra conoscere un nuovo, inaspettato fulgore ( si veda la foto cartella “Saluti ad un grande amico che si trasferisce”). A vederle così, frettolosamente rivisitate a colpi di click, si può dire che queste foto finiscono col formare una autofotobiografia magari involontaria, estemporanea ed asincronica, ma senz’altro avvincente, perché fatta da una persona attraversata felicemente da passioni ed inquietudini, curiosa ed intelligente, sagace e coraggiosa, capace di cogliere, con l’obiettivo della propria macchina fotografica, il mood di certe situazioni, il nucleo più essenziale di incontri, viaggi, frequentazioni, il senso di un’avventura esistenziale tanto particolare ed irripetibile. Poi, a ben pensarci, si può certo affermare che queste foto stanno lì a tratteggiare un profilo che s’allarga spesso dalla sfera individuale a quella collettiva e generazionale: messe in ordine cronologico, esse scandiscono un ritratto di una ex-giovane Italia che adesso veleggia tra i cinquanta ed i sessanta (anni), passata attraverso riti di passaggio fatidici e obbligatori, ma che sempre ha rincorso il sogno di una società altra e diversa, una società di pane, certo, ma anche di rose: dalla fase postbeat a quella frikketona, dal riflusso degli anni di piombo alla fine della militanza, e scendendo giù per li rami fino alle miserie contemporanee dell’itaglietta berlusconizzata. L’ultima parte di queste foto nel profilo facebook di Massimo è quella che più commuove e colpisce coloro che l’hanno conosciuto: sono 113 foto raccolte in una cartella intitolata anodinamente ‘ i fiori del mio giardino’ e scattate quando Massimo era già consapevole che la sua vita era diventata più precaria di quella di ognuno di noi. Sono foto minimaliste e curatissime, rivolte verso ‘cose’ che quotidianamente ci stanno sotto gli occhi e che, proprio per questo, finiamo per non vedere. E Massimo invece, ha voluto restituire a quelle ‘cose’, invisibili a forza di essere viste, lo spessore ed il ruolo che naturalmente spettava ad esse, un protagonismo che riassegnava un equilibrio diverso e più giusto fra ciò che merita di essere salvato, nonostante tutto: primissimi piani di fiori luminosi e splendenti, di piante grasse accolte in vasi di differenti spessore e colore, di pomodori intenti a maturare, di gatti che poltriscono e che guardano indifferenti l’obiettivo, di un’upupa che becchetta sul prato tagliato di fresco, di sua moglie in un campo di grano,…Undici foto di questo ciclo spezzano poi violentemente l’armonia di questa pace ritrovata, di questa quiete domestica popolata da piccole, confortevoli gioie quotidiane: un temporale nero e cupo, preannunciato da nuvoli gonfi di pioggia e di fulmini, una tempesta prossima a venire.

3 cartoline dal Giappone

 

In una celebre poesia di Borges “I giusti”, l’autore argentino delinea il profilo di coloro che, per caso o per necessità, per scelta volontaria o per uno scherzo del fato, si trovano nella condizione di salvare il mondo:

“Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri”

Ora, sulla scorta delle notizie che ci giungono dal Giappone, questo elenco va doverosamente aggiornato: in calce ad esso, vanno senz’altro aggiunti altri ‘giusti’, individui di cui probabilmente non sapremo mai neppure il nome, ma che, compiendo un gesto etimologicamente ‘sacrificale’, forniscono una giustificazione ad una condizione umana sempre più smarrita nell’insignificanza e nella vanità di esistenze deprivate di ogni autentico senso e contenuto. Mi riferisco a quei cinquanta tecnici che da ieri mattina la Tepco ha lasciato a lavorare a pochi metri di distanza dai reattori del sito di Fukushima . Alcune cifre, riprese da un documentato articolo di Roberto Giovannini del 16 marzo su ‘La Stampa’, ci spiegano che cosa significa in concreto ciò che hanno scelto di fare. Vicino al reattore 4 ieri si sono registrati livelli di radioattività pari a 400 millisieverts (mSv) per ora; secondo la World Nuclear Association, un’esposizione superiore ai 100 mSv in un intero anno può portare allo sviluppo di un cancro. Così la Tepco ha deciso di allontanare circa 750 degli 800 lavoratori impegnati nelle operazioni di contenimento dell’emergenza. I 50 rimasti dovevano occuparsi di raffreddare i «vessel» dei reattori dell’impianto pompando acqua di mare e acido borico che rallenta la reazione atomica, di osservare lo stato delle strutture, di misurare l’andamento dei livelli di radiazione che quasi sicuramente li uccideranno. Ma ci sono altri dati che conservano la crudele terribile significanza delle statiche scientifiche a spiegarci indelebilmente che cosa vuol dire stare lì: un minatore di uranio è esposto a 20 mSv in un anno. Gli sfollati della zona di Chernobyl ne subirono 350, sempre in un anno. 100 mSv annui sono considerati potenziali generatori di cancro. Una singola dose di esposizione di 1000 mSv può produrre nausea e perdita di capelli. Una singola dose di 5000 mSv ucciderà nel giro di un mese la metà delle persone esposte. Tornano così alla memoria altri ‘giusti’ assai prossimi a questi, i ‘liquidatori’ di Chernobyl, quelle migliaia di martiri che dal 26 aprile al 10 maggio del 1986, quasi 25 anni fa, si sacrificarono per cercare di contenere le conseguenze della catastrofe di Chernobyl. Scrive Giovannini: Circa centomila pompieri, operai e soldati vennero impegnati per cercare di spegnere l’incendio del materiale fissile, stabilizzare il nucleo, sigillare il reattore con un sarcofago di cemento. Si sa poco o nulla della loro sorte personale, del destino di quelli su cui cadeva pioggia arancione, che spostavano materiale radioattivo con delle pale, dei piloti degli elicotteri che scaricavano cemento sul reattore esploso osservando la luce abbagliante del combustibile fissile.” Ma grazie a quei martiri consapevoli, grazie a quei ‘giusti’ che s’agitavano freneticamente nella terra guasta di Chernobyl, mezza Europa si è salvata dal disastro nucleare. Di uno di essi, del maggiore dei pompieri Leonid Teljatniknov, parla Geminello Alvi nel suo ‘Uomini del Novecento’ (Adelphi, 1995): “Indossò un’inutile tuta protettiva; suonarono tutti i campanellini appena gli misurarono la radioattività. Indifferente, salì sulla centrale, che pareva un vertiginoso tempio nero in fiamme. Calcolando che avrebbero resistito più a lungo, e per accerchiare l’incendio più grave, divise i suoi uomini in squadre.[…]dopo una mezz’ora cominciarono tutti a star male. Poi sentirono che i loro stivali diventavano sempre più pesanti: era il catrame del tetto, ormai disciolto in un appiccicoso composto di grafite e polvere radioattiva. A uno cadde la retina: a tutti vennero nausea, crampi,salvia dolciastra alla bocca, mal di testa. Ma resistettero tre intere ore. Così diedero modo agli altri tecnici, che s’immolavano dentro la centrale, di spegnere tutti e tre gli altri reattori inserendo il raffreddamento d’emergenza. In ospedale il maggiore Teljatniknov sul suo letto di piombo non si lamentò più di tanto: era gravemente ustionato, aveva perso i capelli, la vista da un occhio. Gli inferme rieri potevano avvicinarlo solo vestiti di tute protettive tanto era radioattivo. Come un’anatra spennata emanava amaro odore di bruciato”.
 

Il Post, sito giornalistico online guidato da Luca Sofri, ha un inviato proprio vicino al “cuore del vulcano”, a Tokio. Si chiama Flavio Parisi e, due giorni fa, ha scritto questo pezzo in cui spiega come i media tentino di contestualizzare l’Apocalisse, dilaniati tra un’emergenza spesso incontrollabile e l’appeal del recupero di una ‘normalità’ per ora impossibile : “Se la situazione finora era irreale, adesso non saprei bene come definirla. Siamo oltre. Tokyo di normale ha solo la forma, ma le attività contenute in essa sono completamente sballate. Alla televisione le uniche pubblicità sono quelle “progresso” di AC japan. Si parla delle precauzioni da prendere NEL CASO ci fosse una emergenza radiazioni. Fa paura. Allo stesso tempo su un altro canale ci sono programmi comici. A prima vista sembra surreale, ma a pensarci bene è normale che la gente si sia stancata di deprimersi”. Non può non venire in mente la tragica profeticità dell’apologo raccontato da Søren Kierkegaard in Diapsalmata (Enten-Eller, I):
“Accadde in un teatro che le quinte prendessero fuoco. Il buffone venne a darne notizia al pubblico. Si credette che fosse una battuta di spirito e si applaudì; egli ripeté l’avviso, e il divertimento aumentò ancora. Ecco, penso che il mondo perirà tra il divertimento universale della gente di spirito, che crederà che sia un Witz”.

 

In questi giorni molti analisti si sono giustamente soffermati su una quaestio antropologica che connota indelebilmente la ‘civiltà’ del popolo giapponese e che suscita stupore ed ammirazione in noi, abituati a reagire in modo assai diverso rispetto alle emergenze: abbiamo visto infatti un popolo che si schiera in file sempre ordinate e composte, sia per domandare informazioni sulle radiazioni che hanno colpito loro o i loro figli, sia per prendere al supermercato merce che verranno sicuramente a pagare in seguito, quando tutto, bancomat compresi, tornerà a funzionare. Oppure i bambini che seguono attentamente la lezione sul tetto di case affacciate sul disastro e che altrettanto diligentemente hanno seguito le istruzioni di evacuazione postterremoto, le infermiere che al riparo di colonne aspettando pazientemente che la scossa termini e gli anziani che attendono di essere salvati sul tetto di case trasformate dallo tsunami in zattere alla deriva in un mare che prima non esisteva e che ha preso il posto delle città. Tra le tante immagini, però , per motivi forse imperscrutabili, ce ne sono alcune che mi sembra possano fornire, in tanta desolazione, una qualche forma di speranza: le foto dei vecchi che si salvano sulle spalle di giovani. Queste Pietà Rondanini al rovescio, questi Anchise e questi Enea dagli occhi a mandorla e dal passo saldo ci spingono a sperare, a pensare che non tutto è finito, per sempre.