Io non so a chi dispiaccia più che a me la solfa sciocca della chiacchiera e della delazione attorno alla presunta ignoranza degli alunni e degli studenti, quella che si racconta solitamente in sala professori durante il quarto d’ora d’intervallo, da docenti-reporter-spioni che, dimenticando la propria fragilità cognitiva, godono nello spifferare, con carognesco compiacimento, questa o quella castroneria che capita di ascoltare o di leggere in un aula scolastica. (continua…)
Monthly Archives : settembre, 2011
Battaglia(GDDLI) per esordienti
- Published on : 25 settembre 11
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Vetrina d’arcipelago
- Published on : 18 settembre 11
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Il poeta Danilo Mandolini, da qualche tempo, ha deciso di cimentarsi in un impresa che puzza decisamente di bibliofilia: basta andare sul sito www.arcipelagoitaca.it per comprendere a che cosa alludo e per capire quanta pazienza ed acribia e passione occorra per confezionare un simile repertorio di voci e parole.
Ho l’onore di essere menzionato nella sezione Vetrina del N. 5 di questo Progetto: qui di seguito la sua bella introduzione alla scelta antologica.
“Sguardi sul dolore” di Danilo Mandolini
Ricci colpisce, fin dalle sue prime battute, per la presenza contestuale e per nulla disarmonica di due “sguardi” che narrano la stessa storia. Due voci (a tratti tre, se si considerano anche gli inserti numerati in progressivo e intitolati Sinantropismi e Crimini di pace) graficamente distinte grazie all’utilizzo di caratteri di stampa tra loro molto differenti e che rappresentano altrettanti punti di osservazione – inizialmente come contrapposti, poi sempre più vicini – della vicenda protagonista del libro. Le voci in questione sono quella del padre anziano che affronta il dramma del cancro del colon retto e quella del figlio che scopre il padre vivere il suo nuovo ed alienante stato. Queste due voci a volte dialogano tra loro; più spesso, in realtà, conversano con il proprio intimo “io”, con quello sconosciuto e dilaniato mondo interiore determinatosi a seguito dell’improvvisa irruzione della paura della morte nella vita di tutti i giorni. Una morte che puzza come le feci del malato, «…che sa di fetido, di marcio, di fradicio, di corrotto, di qualcosa che si sta rompendo o si è già rotto. Puzza d’uova marce e di cadavere d’animale insieme». Ricci si rivela essere una sorta di taccuino dove annotare il quotidiano ed altalenante evolversi della malattia del genitore secondo il percepire dello stesso padre e del figlio; sembra un angolo discosto della mente dove conservare i presagi e le speranze dei personaggi principali del racconto, le considerazioni più profonde, i rispettivi incontri con l’altrui soffrire. Non un diario, però, piuttosto un “romanzo del sentire” dove la cronaca fitta di una trama non del tutto manifesta procede circolarmente, con un coinvolgimento che è, comunque, sempre maggiore al volgere di ogni pagina, e dove tutto concorre a costruire la sottesa ed incalzante riflessione sulla misera ineluttabilità della condizione umana in cui il testo è letteralmente immerso. Ogni singola frase o parola, in Ricci, è pensata, calibrata e composta al fine di formare il più dettagliato dei resoconti, il più realistico e spietato possibile dei repertori del dolore umano. Tutto, in Ricci, ha la “vocazione” che si è appena descritta; tutto, incluso il finale (sorprendente rappresentazione di quell’istinto primordiale che sa che la vita finisce e al tempo stesso continua) e le frequenti citazioni di cui il volume è pregevolmente intarsiato (una in particolare, che forse spiega il titolo dell’opera: «I ricci, per condizione ontologica, per costume fisiologico, il cielo lo scoprono solo da morti. Come accade a Totò e Ninetto nel finale di Che cosa sono le nuvole di Pasolini»). Ricci (La cosa giornaliera), Linnio Accorroni, nota di Adelelmo Ruggieri, Pequod – ITALIC, Ancona, 2011
Braghettone: a volte tornano
- Published on : 05 settembre 11
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Qui, ad Ancona e dintorni, è tutto un gran fermento per il Congresso Eucaristico che ci allieterà nei prossimi giorni. Mai, come in questi casi, la vigilanza deve essere altissima al fine di preservare il cuore immacolato e l’anima pura di quei pellegrini, pii e verecondi, che affollerranno le nostre contrade, portando pace e serenità. Purtroppo,come al solito, il diavolo gode a nascondersi nei dettagli. E per questo non vedo come si possa rimanere insensibili al grido di dolore di tal Gnocchini, consigliere dell’Udc al comune di Ancona, che si è reso conto di un vero e proprio scandalo che sta inopinatamente per turbare la casta coscienza dei boni christiani. Il fatto è che “la nuova viabilità attuata in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale ha messo in evidenza il dipinto murario realizzato dagli artisti Gezi Ozmo e Run raffigurante la Madonna e il Bambin Gesù con il volto capovolto e che in passato ha già suscitato tante polemiche per “l’impatto” che – a detta della Commissione arte sacra della Diocesi di Ancona-Osimo – “l’opera può avere ed ha nel comune sentire della gente”. La circolazione in uscita dalla galleria via S.Martino direziona le auto proprio in via Oberdan davanti al piazzale dove vi è tale opera che la Commissione diocesana ha definito una “impropria” raffigurazione di soggetti sacri e che sino ad ora, con l’ordinaria viabilità, era rimasta piuttosto nascosta . Una situazione del tutto involontaria, dunque, ma che non potrà passare inosservata alle migliaia di pellegrini che transiteranno obbligatoriamente in quella direzione nei giorni dell’evento sacro”. Che fare? Non ci convince la proposta di Gnocchini secondo il quale “sarebbe opportuno però intervenire per coprire il murales con tele che pubblicizzano il Congresso Eucaristico sino al 12 settembre”. Sarebbe meglio, pensiamo, richiedere l’intervento di un Braghettone della Marca anconetana, una specie di Daniele da Volterra de’ noantri, capace, come il suo antesignano, di ricoprire il volto rovesciato della Madonna con appositi pudichi veli. O, piuttosto, a mali estremi estremi rimedi: trattare il brutto murale anconetano con la stessa drastica cura che il Braghettone aveva riservato alla Santa Caterina e al San Biagio michelangioleschi. Come si evince dalle due immagini qui sotto: dall’amplesso al complesso.
L’11 settembre di W.H.Auden
- Published on : 05 settembre 11
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Musée Des Beaux Arts(1938)
Sulla sofferenza non erano mai in torto,
i Vecchi Maestri: come capivano bene
la sua umana posizione; come essa si svolga
mentre qualcun’altro mangia o apre una finestra o cammina annoiato; come, mentre i vecchi attendono rispettosi e appassionati
la nascita miracolosa, ci siano sempre
bambini a cui non importa niente che essa avvenga, e pattinano
su uno stagno al limite del bosco;
non dimenticavano mai
che anche il tremendo martirio deve avere il suo corso
in qualche modo in un angolo, in qualche squallido posto
dove i cani continuano a vivere da cani e il cavallo del torturatore
si gratta l’innocente deretano contro un albero.
Nell’Icaro di Breughel, per esempio: come ogni cosa si volge
del tutto tranquilla dal disastro; il contadino
può avere udito il tonfo, il grido desolato,
ma per lui non era un problema importante; il sole splendeva
come doveva fare sulle bianche gambe che scompaiono nel verde
dell’acqua; e la nave lussuosa e snella che aveva pur visto
qualcosa di sorprendente, un ragazzo che cade dal cielo,
sapeva dove andare e calma continuava a navigare.

Igiene acustica
- Published on : 04 settembre 11
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“ Rimanere a Ginevra, dove tutto ci ricordava la nostra Sonja era impossibile e decidemmo di stabilirci a Vevey, sul lago. Ci dispiacque molto di non aver la possibilità di abbandonare semplicemente la Svizzera,che mio marito non poteva più soffrire. Egli accusava della morte di Sonja ilclima di Ginevra, il medico troppo sicuro di sé e la bambinaia poco pratica. F.M.non aveva mai amato gli svizzeri; ma la durezza di cuore manifestata da molti di essi in quella tragica circostanza fece aumentare la sua antipatia. Racconterò un episodio: i vicini, pur sapendo del nostro immenso dolore, mandarono a pregarci di non piangere così forte perché i loro nervi ne risentivano” ( Anna Grigorievna Dostoevskaja “Dostoevskij mio marito”)









