Esiste un dio della comunicazione, virtuoso ed accorto, che ha dato prova della sua esistenza quando, cogliendo un semplice flatus vocis di Saviano, ha saputo trasformare una poetessa polacca in un caso letterario. Volesse di nuovo benignamente manifestarsi questo dio distratto, stavolta appigliandosi ad un esile passaggio dell’intervista rilasciata al Venerdì di Repubblica da parte dell’algida Elisabetta Sgarbi ( “Un TQ non vale a priori più dell’ultraottantenne Alessandro Spina”) per far sì che l’opera di questo scrittore appartato quanto formidabile possa essere considerata con l’attenzione che merita . Del resto, lui è uno di quei pochi felici che possono vantarsi dell’amicizia con Cristina Campo, di colei cioè che in una lettera gli scrisse- senza tremare-: “«ho l’orrore della solitudine e il terrore della compagnia non perfetta». Poi, decidendo di incontrarlo in un luogo più terreno: “Volevo anche chiederle: legge Landolfi? Non è importante quello che scrive ma la lingua è stupenda, la si può studiare davvero, come una lingua. È il solo, ancora vivo, che la sappia in quel modo.” E lui, da par suo, svettando all’altezza che la Campo imponeva ai propri corrispondenti dell’anima: «proprio in questi giorni ho pensato spesso a lei leggendo Saint-Simon e Proust.Spesso leggendo si è in tre anziché in due».
Monthly Archives : giugno, 2012
L’Indice dei Ricci
- Published on : 21 giugno 12
- in : letture, Senza categoria
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A. Ferracuti recensisce, da par suo, ‘Ricci’.
http://www.lindiceonline.com/images/stories/documenti/somm-giu-12.pdf
C’è un clima iperrealistico in Ricci di Linnio Accorroni, libro di poche pagine ma molto intenso e dalla forma inusuale, anche tipografica, che parla di malattia e di presagi di morte, come è iperrealistica ed esistenzialistica quella zona d’ombra nel corso della quale i corpi fanno un combattimento aperto contro il declino, laddove si gioca forse il punto più alto, il climax di una vita intera minacciata dall’idea dell’estinzione. Quando quel momento arriva, irrompe in quella che l’autore chiama “la cosa giornaliera”, tutto cambia: il vecchio genitore quasi ottantenne, ammalato di tumore al retto, defeca di continuo, sente in questo nuovo aspetto corporale il senso della fine: “Adesso la mia cacca s’è trasformata e degradata: emana una puzza che sa di fetido, di marcio, di fradicio, di corrotto, di qualcosa che si sta rompendo o si è già rotto. Puzza d’uova marce e di cadavere d’animale insieme. Una puzza che puzza come può puzzare solo la morte”. La merda diventa una metafora che reitera in un libro anche molto “corporale”, dove l’avventura dei sensi, quella del dolore, diventa forma nella sua urgenza più necessaria. Così in questa narrazione, in questo “quaderno del dolore”, come lo definisce con esattezza Adelelmo Ruggieri nella sua affettuosa bandella di presentazione, costruita principalmente su un intreccio di voci, quelle di un figlio e di un padre, voci che quasi mai diventano dialogo, ma finalmente si riguardano, la cui unica pecca è forse quella di una parentela di lingua, una volta aperta la ferita, fatta l’anamnesi, due vite che sono corse per anni parallele nel rapporto ereditario adesso sono costrette a cambiare punto di vista scoprendosi come fosse la prima volta. Allora il figlio, un professore che è stato anche un militante politico e un intellettuale scettico, disincantato, mette in moto la sua strategia di avvicinamento. “Tutto improntato a sguardi e silenzi, a sfioramenti e cortesie” dice in una notazione. Ne scaturisce una tramatura di microstorie dal quotidiano che però ambiscono, per la loro forza evocativa, a illuminare la condizione umana tout court, e ciascuna di loro è una porzione del mosaico che mentalmente il lettore, e sulla carta l’autore, ricostruiscono alla fine del libro mettendo insieme tutti i tasselli di una memoria eterogenea, di cui lo scrittore mette in salvo solo alcuni passaggi nevralgici, solo pezzi di “nastri” di ricordo, come un po’ accade in un libro nematicamente affine di un grande scrittore americano, Patrimonio di Philip Roth. Pieno di pietas, il romanzo di Accorroni non scade però mai nel pietismo, che in narrazioni di tale genere è sempre in agguato, e lo scrittore è bravo non solo a schivare queste trappole molto frequentate dalla narrativa corrente in cerca di lettori da far commuovere, che anzi sollecita artatamente l’intenerimento, ma cinicamente, con un cinismo che è scelta di stile, mette in campo scene a volte di una comicità esilarante, come quella del tipo colto da infarto mentre comincia a nevicare, il quale pensa così che la neve, che lui adora, scende dal cielo mentre sta morendo, o pensa di morire; o come gli aforismi sul tumore nei pensieri del vecchio malato (che anche quando si lamenta non concede niente al melodrammatico: “Perché a me e non a quel vicino di casa puttaniere e giocatore, che invece se la continua a godere alla grande?”), che fanno ricordare il protagonista di un film evocato dal figlio in un passo, Le invasioni barbariche, un vero inno alla laicità della vita. Scritto con una lingua abilmente elaborata e colta, dove riverberano, echeggiano in un magma complesso diversi debiti letterari, che troviamo anche nelle tante epigrafi iniziali, quello che più colpisce è l’effetto di verità che Accorroni insegue e raggiunge, anche attraverso brutali e sgradevoli descrizioni ambientali e corporee della malattia, nella nuda essenza di un’esperienza comune ma sempre molto estrema. Ma cosa c’entrano i Ricci, che danno il titolo a questa narrazione? È il cognome dei due maschi della famiglia? No, i ricci sono alcune piccoli animali del bestiario che l’autore dissemina nel libro come contesto ( li chiama “crimini di pace”, numerati come reperti), semmai sono parte della famiglia terrestre e cioè di una natura altra circostante e a molti invisibile, sovrastata dai rumori di sottofondo e dal mondo virtuale e tecnologico: è il formicaio che il tagliaerba ha spazzato via, che al figlio ricorda un terremoto a Messina o Lisbona, le ranocchie spiaccicate sulla strada, il ramarro “schiacciato per terra e il suo verde smeraldo luminosissimo risalta splendidamente”, l’istrice o i mosconi che in pochi giorni imploderanno, la talpa morta lungo una strada a lungo scorrimento proprio come i ricci, che “per condizione ontologica, per costume fisiologico, il cielo lo scoprono solo da morti”. Angelo Ferracuti
Zattera
“Un tempo, per addormentarmi, avevo una mia immagine preferita, da usare ogni volta che pregustavo il piacere di infilarmi a letto. Dopo aver aspettato un paio di minuti prima di spegnere la luce, e aver raccolto la presenza di spirito necessaria per poter assaporare appieno l’abbraccio del buio, mi giravo a faccia in giù, spalancavo braccia e gambe, ed allora il letto diventava una zattera che mi portava al largo nel mare notturno. Mi dava una sensazione meravigliosa, ancora più seducente perché ravvivata da una sfumatura quasi impercettibile di rischio”(Diana Athill, Da qualche parte verso la fine, trad. di Giovanna Scocchera, Bur, 2010, pag.52).
Quasi mai, i libri vanno giudicati dalla copertina. Ma questo rappresenta un’eccezione: il libro della Athill mantiene integralmente -anzi, aggiunge persino qualcosa, in sovrappiù-gli auspici che sono riflessi in quella piccola porzione di luce che brilla di un palpito breve, a fianco ed alla base del vaso d’acqua, in quelle rose sfinite tanto che, oltre alla vivezza del colore, stanno perdendo anche qualche petalo e nella confessione della Munro(sempre lodata sia) che annota, sempre nella copertina medesima: “Leggere questo libro per me è stata una vera festa”.
Gobbo fottuto
Arbasino, ieri sul Corriere, si stupiva sottolineando come, nelle carte di Leopardi, non fossero presenti accenni a qualsivoglia pittore, o quadro, che certo non mancavano nella marca recanatese. Per l’occasione, ha rispolverato, per l’ennesima volta, la sua nota ecfrasi dell’Annunciazione lottesca, come fanno certi crooner un po’ acciaccati ed in età, che per l’ennesima volta, a dispetto della raucedine e di un fisiologico calo di voce, per sfangare la serata, sfoderano l’eterna inossidabile riproposizione di ‘My way’, sapendo che il pubblico non lesinerà certo la grazia di un applauso: “Ma rimane a Recanati la sublime «Annunciazione», con lei rassegnata e il gatto arrabbiatissimo per l’intrusione del muscoloso Angelo con dietro un Dio tremendo, e un pergolato mediterraneo rustico lì fuori. Ma frattanto, Leopardi studiava Longino e Luciano e Lucilio, e non badava ai Lotto lì a Recanati.” Il nostro Giacomo, in realtà, quelle poche volte che strappava alla coppia di carnefici Adelaide&Monaldo il permesso di uscire, veniva accolto da simpatiche filastrocche come queste: “Gobbus esto / Fammi un canestro / Fammelo cupo / Gobbo fottuto “, con cui volentieri accompagnavano le rare escursioni del Conticino. Ben più grave e umiliante l’acrimonia dell’erudito compositore di vocabolari Niccolò Tommaseo. Oltre ad avergli lanciato il noto e feroce epigramma( “Natura con un pugno lo sgobbo’ / “Canta”, gli disse irata; ed ei canto’”), non domo, il cattolicissimo Tommaseo vaticinò, indirizzandola a Cesare Cantu,’ una profezia tristissima che, per fortuna, si è rivelata falsa: “…Nel dumila il Leopardi non avra’ d’eminente nell’opinione degli uomini ne’ anco la spina dorsale, perche’ i bachi della sepoltura gliel’avranno appianata “.
La delocalizzazione che amiamo
C’è una curva-schermo, nella strada che conduce da Camerano a Portonovo, ideata probabilmente da qualche geometra comunale buontempone, segreto cultore di quella materia strana che si chiama ‘Geografia surrealistica’ non prevista- e questo grida vendetta- dai nuovi Programmi di Studio del nuovo Ministro dell’Istruzione, che ti fa passare, in poche frazioni di secondo, al prezzo di pochi giri di ruota, dal paesaggio più smaccatamente marchigiano ad una porzioncina di Sardegna. Trapiantato lì, quel pezzo di Sardegna delocalizzato tra Camerano e Portonovo, pare un mobile di ginestre e corbezzoli che, trasportato da una casa vecchia ad una nuova, mostra orgoglioso la sua ineludibile eleganza.
Lo spleen della traduzione
- Published on : 13 giugno 12
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Franco Nasi ha postato questa meraviglia- per gli occhi, per le orecchie, per la mente e per il cuore- su Doppiozero.
Le cose scritte dal mio amico Enrico De Vivo, a commento della videopoesia collinsiana, hanno l’assurda ragionevolezza delle modeste proposte.
Una(due, meglio) vite fa avevo recensito così un ottimo libro dell’ottimo Nasi.
‘Ricci’ (RestodelCarlino, 7/6/2012)
- Published on : 13 giugno 12
- in : letture
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Zippo
- Published on : 04 giugno 12
- in : nugae
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Esiste questa cosa meravigliosa che si chiama podcast e che consente di poter accedere ad un impressionante patrimonio sonoro, per quantità e qualità. Così, a distanza di pochi giorni, mi sono risentito vecchie interviste prese dall’Archivio di Radio3 con Tabucchi e Primo Levi. Mettendo da parte il piacere di ascoltare quelle riflessioni, più o meno estemporanee, da parte di scrittori tanto amati, colpiva, in sottofondo, il reiterarsi di una scheggia sonora che, ad intervalli regolari, scandiva il ritmo delle risposte e delle domande: il clic di uno zippo e la prima forte tirata ad una sigaretta, che lasciava intuire la piccola nube di fumo ad avvolgere i due, attorno ad un microfono. Qualcosa che oggi è relegato nello spazio vuoto dell’Inaudito. Nella conversazione con Levi, poi, ad un tratto, c’è lo scrittore che, con la sua voce un po’ chioccia, ma ferma, domanda all’intervistatore, dopo l’ennesimo clic dello zippo: “Mi darebbe una sigaretta?”
Impossibile
- Published on : 03 giugno 12
- in : letture, Senza categoria
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Ammazzare mostricciattoli a New York
- Published on : 03 giugno 12
- in : posizioni
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Il grande paradosso che caratterizza la società dell’informazione ( quella basata sulla logica del consumo bulimico ed onnivoro delle notizie) è che questo bombardamento sistematico di news a cui siamo sottoposti 24ore su24 segna non un aumento diffusa della cultura, ma semmai il malinconico tramonto della società della conoscenza ( quella cioè basata sui tempi lunghi del ragionamento approfondito, della consapevolezza piena e meditata, quella che rifugge l’idea che la complessità del mondo, la sua bellezza e la sua miseria possano essere ridotto a cinguettii o pigolii più o meno melodicamente caustici, ma comunque sempre frutto di quel mix funereo tra superficialità, humour ed esibizionismo che caratterizza i cosiddetti social network). Curioso poi il modo in cui ci vengano propinate oggi le notizie: basta cliccare sulla homepage di qualsiasi quotidiano o settimanale per vedere come questa sequenza interminabile di notizie, fatti, personaggi venga offerto agli utenti, abolendo scientemente ogni distinguo gerarchico, eliminando ogni distinzione tra i vari registri del tragico, del comico e dell’elegiaco, nell’accezione intesa da quel padre a cui tutti dobbiamo riconoscenza, cioè Dante. Così il tragico ( il terremoto in Emilia) si fonde volentieri con il comico ( la ‘sobria’ parata del 2 giugno) che inclina all’elegiaco( Prandelli che minaccia di non far partire la nazionale per gli Europei), conditi tutti con una spezia necessaria che assicura la loro digeribilità, e cioè l’entertainment. Il mostruoso ibrido così prodotto ( l’infotainment) riesce a rendere tutto ugualmente frivolo e vacuo, da consumare e dimenticare subito, senza che ci si soffermi un solo attimo, senza che la misura o la razionalità possano intervenire a separare e distinguere. Qualche giorno fa un guru dell’editoria (Massimo Turchetta della Rcs Libri, su Repubblica del 28 maggio) ci spiegava come fosse possibile cogliere questo esiziale passaggio dalla società della conoscenza a quella dell’informazione, osservando ciò che avveniva poco tempo fa ed avviene in un luogo decisivo della società contemporanea: «Oggi c’ è un altro problema che è quello del tempo a disposizione per la lettura. Ho un mio personalissimo metodo di indagine di mercato che è la metropolitana di New York. Dieci anni fa erano tutti col libro in mano. Quattro anni fa leggevano su kindle ed e-reader. La settimana scorsa avevano tutti un tablet, ma la metà di loro stava ammazzando mostricciatoli o percorrendo labirinti.”










