“Un tempo, per addormentarmi, avevo una mia immagine preferita, da usare ogni volta che pregustavo il piacere di infilarmi a letto. Dopo aver aspettato un paio di minuti prima di spegnere la luce, e aver raccolto la presenza di spirito necessaria per poter assaporare appieno l’abbraccio del buio, mi giravo a faccia in giù, spalancavo braccia e gambe, ed allora il letto diventava una zattera che mi portava al largo nel mare notturno. Mi dava una sensazione meravigliosa, ancora più seducente perché ravvivata da una sfumatura quasi impercettibile di rischio”(Diana Athill, Da qualche parte verso la fine, trad. di Giovanna Scocchera, Bur, 2010, pag.52).
Quasi mai, i libri vanno giudicati dalla copertina. Ma questo rappresenta un’eccezione: il libro della Athill mantiene integralmente -anzi, aggiunge persino qualcosa, in sovrappiù-gli auspici che sono riflessi in quella piccola porzione di luce che brilla di un palpito breve, a fianco ed alla base del vaso d’acqua, in quelle rose sfinite tanto che, oltre alla vivezza del colore, stanno perdendo anche qualche petalo e nella confessione della Munro(sempre lodata sia) che annota, sempre nella copertina medesima: “Leggere questo libro per me è stata una vera festa”.




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1 Commenti
sandra
giugno 27th, 2012 06:24 PM
la copertina è veramente allettante ed anche il breve brano riportato.
magari fosse mantenuta la promessa di buona lettura di cui io ormai non godo più.
la Munro poi la detesto.