E così, a causa di decesso di lui medesimo, non potremo deliziarci a leggere le perfide considerazioni che Robert Hughes avrebbe potuto regalarci discettando su ciò che una tv americana si sta apprestando a trasmettere. Infatti, non pago del reality show Work of art, dove i concorrenti gareggiavano per ottenere una personale al Brooklin Museum, il network tv americano Bravo propone ora un nuovo format intitolato furbescamente ‘Gallery Girls’ – e cioè 50% arte,50% fica-, che ( cito da www.artribune.com) “insiste sul milieu artistico, ma punta sul modello reality-soap. Ecco quindi le sette gallery girls, spiate dall’occhio bionico del Big Brother, mentre si immergono nella dura vita da aspiranti signorine dell’arte. Giornate faticose, cercando di barcamenarsi tra scelte fondamentali: dai party più giusti agli opening da non bucare, dal più frenetico pierraggio allo studio del look più azzeccato, sbizzarrendosi con il sempre strategico mix di casual e chic, classico ed eccentrico. Senza dimenticare risvolti romantici e ordinarie vicissitudini da perfette stagiste.”. Si può dire che questo format sia un po’ l’ultima pietra di quella baroccheggiante costruzione, sempre più evanescente, bizzarra, vuota ed improbabile, che è l’arte contemporanea ed il rutilante circo che attorno ad essa gira, accompagnato dalla suadente musica della supervalutazioni e dei superartisti. Essa è ormai a tutti gli effetti, una importante branca – per quantità e dimensioni- del grande business internazionale, sciolta da ogni impaccio ideologico o creativo, ma legata al valore di scambio dei manufatti artistici, a quanto, cioè un Hirst o un Koons siano capaci di fatturare. E ben vengano allora, dentro questa enorme fiera della vanità e del lusso, queste galleriste che promettono ’sex and the museum’. In un’intervista dal vago sapore dadaista ( in realtà, domande e risposte sono date dal collage di sue dichiarazioni cucite insieme) rilasciata a Francesco Bonami da una delle star più acclamate di questo circo, il collezionista Charles Saatchi, quello che comprò lo squalo in formaldeide di Hirst a 90mila dollari e lo vendette poi a 13 milioni, ci spiega, con lo stesso candore con il quale qualche bambino troppo ciarliero aveva additato la nudità del re, che nell’arte dei nostri giorni “il denaro è il messaggio”. Curiosamente, sul Venerdì di questa settimana, c’è il ricordo di un collezionista-gallerista d’antan, Adrien Maeght, che ricorda l’incontro tra Giacometti e un industriale di Pittsburgh. Entrato nello studio-tugurio dello scultore svizzero, l’americano, che collezionava solo Giacometti e Mirò, rimase folgorato da un calco di gesso alto due metri e mezzo, raffigurante una donna. “Quanto vuole per questo?”. “Devo finirlo. Non è in vendita”. Thompson sparò una cifra folle ed il giorno dopo si ripresentò, convinto che la notte avesse persuaso Giacometti dell’irrinunciabilità di quell’offerta. Giacometti gli mostrò una piccola collina di polvere di gesso, come ad inscenare un verso di T.S.Eliot : “ti mostrerò la paura in un pugno di polvere”. Il fatto è che, spaventato più che lusingato dall’offerta, Giacometti aveva distrutto la scultura durante la notte. Più o meno in quegli stessi anni, a Mark Rothko, all’inizio del 1958, fu commissionata la realizzazione di una serie di dipinti murali per l’esclusivo ristorante Four Seasons nel Seagram Building di New York “ dove i bastardi più ricchi di New York vanno a mangiare e a farsi vedere”, come lui stesso confidò al direttore di Harper’s. “Ho accettato questo incarico – si legge poi in una sua lettera – come una sfida, armato di intenzioni del tutto malevole. Spero tanto di riuscire a dipingere qualcosa che guasti l’appetito d’ogni figlio di puttana che entrerà in quella sala per mangiare”. Ma la sfida era stimolante: oltre all’enorme compenso, c’era anche il fatto che il Seagram era stato realizzato dal grande Mies Van de Rohe, che la sede del ristorante non era certo pacchiana –neoclassicismo in sordina con un lieve tocco zen-, che l’idea di far interagire i dipinti con l’architettura, come in una Chiesa del Rinascimento, lo inducevano a pensare che la commissione potesse essere assolta. Rothko sperava che, come scrive Simon Schama ne “Il potere dell’arte”; davanti alle sue tele, “ inservienti, camerieri, maitre e commensali d’alta classe si sarebbero trovati uniti in una solenne esperienza di conversione. Le mascelle avrebbero iniziato a muoversi più lentamente, le posate d’argento a giacere in ozio, e chi era venuto per mangiare sarebbe stato divorato dal puro potere dell’arte […] I suoi rettangoli scuri, che prendevano invece di dare luce, avrebbero fatto passare la sbornia a quegli infervorati edonisti che vivevano solo per il momento, per quello squisito pasto milionario. Pagato il conto, non si sarebbe fatta venire più la limousine, non si sarebbe più andati a spasso in Park Avenue”. Rothko iniziò a lavorare intensamente sull’opera in un nuovo studio appositamente affittato: ma poi, per svariati motivi, dopo aver dipinto una trentina di tele- marroni scuro, cremisi, neri, arancioni, bruni- decise che esse erano solo rovine, restituì l’acconto e accantonò definitivamente quel progetto. Oggi siamo nell’epoca in cui la vicenda occorsa a Rothko viene letteralmente capovolta: se Rothko dipingeva per far male agli avventori del ristorante The four season, quei commensali pieni di dollari sono diventati proprio il pubblico astutamente titillato da quegli artisti che prosperano nella grande bolla dell’arte contemporanea su cui soffiano collezionisti, mercanti, critici, giornalisti,e su cui adesso, visto che dove prosperano i nani non può mancare il posto anche per le ballerine, insufflano volentieri anche le gallery girls di Bravo Tv.
Nani, ballerine e polvere di gesso
- Published on : 13 agosto 12
- in : posizioni
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