Da piccoli, quando si giocava a pallone, c’era sempre un amico un po’più focoso ed irascibile degli altri. Non era particolarmente cattivo o violento,o meglio, lo era nella stessa misura in cui lo si era un po’ tutti. Quell’amico però era regolarmente tradito dal suo stato di sovreccitazione perenne che, durante le partite, raggiungeva livelli parossistici. Ogni partita per lui equivaleva ad una specie di finale di coppa: teso come una corda, convinto che ogni suo intervento dovesse risultare decisivo per le sorti dell’incontro, commetteva, spinto da questa smania fondamentalistica, falli spesso abnormi, si ritrovava a sbagliare gol già fatti, reiterava errori marchiani, tradito da questa ansia millenaristica, da questa follia del ‘tutto e subito’. Quando sbagliava però, e glielo facevi capire che ciò avveniva a causa della sua delirante onnipotenza, si rattristava pure e si dispiaceva sinceramente. Ma ormai era troppo tardi: per terra c’era un amico che piangeva a causa del fallo che aveva commesso, il suo errore aveva portato la squadra avversaria a fare gol, il suo gol sbagliato aveva fatto incazzare i suoi compagni di squadra e aveva fatto ridere gli avversari. Così, quando penso e rivedo Muntari in Catania-Inter, mi sembra solo un déjà-vu.
Muntari: solo un déjà-vu.
- Published on : 16 marzo 10
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