La cosa più bella l’ha fatta ieri sera Esteban Cambiasso, quando, durante i festeggiamenti, ha indossato quella maglia retrò che sembrava disegnata da un volenteroso sarto di campagna, a strisce larghe ed asimmetriche, con una sola piccola, fulgida stella appuntata dalle parti del cuore, senza l’onta di alcuna sponsorizzazione. Sulla schiena campeggiava un enorme, austero 3, senza nome né altri inutili orpelli: una maglietta che sapeva di lucciole pasoliniane e d’Italia che cominciava ad interrogarsi sul boom già terminato, che sapeva di un calcio pretelevisivo e ancora quasi naif; una maglietta che sembrava uscire direttamente da una poesia di Vittorio Sereni. Cambiasso ha voluto omaggiare così la memoria del grande Giacinto Facchetti, delle sue rivoluzionarie scorribande sulla fascia sinistra in un’epoca in cui i terzini erano ancora semplicemente marcatori e distruttori del gioco altrui, delle sue gambe lunghe e slanciate come quelle di un Nijinsky che doveva misurarsi su prati mal tosati, della sua eleganza e raffinatezza che sembravano dissonanti in un contesto dove trionfavano i picchiatori, i podisti dai piedi maldestri, i piedi buoni che correvano da fermi.
PS nel sciocchezzaio televisivo postpartita un giornalista che ha passato, come uno sgarbi qualsiasi, parte del suo tempo a pettinarsi le canute chiome, tra le tante castronerie dette, ha anche sottolineato il fatto che ha visto sventolare, dai giocatori interisti, bandiere macedoni, serbe, argentine, brasiliane, camerunesi,… mentre mancavano quelle italiane. Al di là del fatto che proprio questo cosmopolitismo pallonaro dovrebbe essere motivo di ulteriore gioia ed orgoglio, al di là del fatto che la retorica sulla Patria è solitamente l’ultimo rifugio degli imbecilli, il giornalista tricomane non solo fingeva di non sapere che la squadra che ha vinto la Champions ieri sera si chiama Internazionale ( nomen omen), ma dimostrava anche di non conoscere la sua storia. Eccola qui, in breve. La sera del 9 marzo1908, una quarantina di dissidenti del Milan, in polemica con la decisione della società di non far giocare gli stranieri, si diedero appuntamento in un ristorante milanese e fondarono un’altra squadra: “Nascerà qui, al ristorante “L’Orologio” , ritrovo di artisti e sarà per sempre una squadra di grande talento. […] Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo”.



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