Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

Una infinita partita di calcio

“Ebbene, Levi riferisce che un testimone, Miklos Nyiszli, uno dei pochissimi sopravvissuti dell’ultima squadra speciale di Auschwitz, ha raccontato di aver assistito, durante una pausa del “lavoro”, a una partita di calcio tra SS e rappresentanti del Sonderkommando ( N.d.B.: il Sonderkommando, cioè quel gruppo di deportati cui venivaaffidata la gestione delle camere a gas e dei crematori e adibiti ad una serie varia di mansioni. Essi dovevano condurre i prigionieri nudi alla loro morti nelle camere a gas e mantenere l’ordine; trascinare poi fuori i cadaveri chiazzati di rosa e di verde per effetto dell’acido cianidrico e lavarli con getti d’acqua; controllare che negli orifizi dei corpi non fossero nascosti oggetti preziosi; cavare i denti d’oro dalle mascelle; tagliare i capelli delle donne e lavarli; trasportare i cadaveri nei crematori e liberare i forni dalle ceneri residue). “All’incontro assistono altri militi delle SS e il resto della squadra, parteggiano, scommettono, applaudono e incoraggiano i giocatori, come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita si svolgesse sul campo di un villaggio” (Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1982, p. 40). A qualcuno questa partita potrà forse apparire come una breve pausa di umanità in mezzo a un orrore infinito. A miei occhi invece, come a quelli dei testimoni, questa partita, questo momento di normalità, è il vero orrore del campo. Poiché possiamo, forse, pensare che i massacri siano finiti – anche se qua e là si ripetono, non troppo lontani da noi. Ma quella partita non è mai finita, è come se durasse ancora, ininterrottamente. Essa è la cifra perfetta ed eterna della zona grigia che non conosce tempo ed è in ogni luogo. Di là viene l’angoscia e la vergogna dei superstiti [...]. Ma anche la nostra vergogna, di noi che non abbiamo conosciuto i campi e che pure assistiamo, non si sa come, a quella partita, che si ripete in ogni partita dei nostri stadi, in ogni trasmissione televisiva, in ogni quotidiana normalità. Se non riusciamo a capire quella partita, a farla cessare, non ci sarà mai speranza (Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati e Boringhieri, 1998, p.24).

ps nella foto, un po’ d’allenamento prima della partita.

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