“Ebbene, Levi riferisce che un testimone, Miklos Nyiszli, uno dei pochissimi sopravvissuti dell’ultima squadra speciale di Auschwitz, ha raccontato di aver assistito, durante una pausa del “lavoro”, a una partita di calcio tra SS e rappresentanti del Sonderkommando ( N.d.B.: il Sonderkommando, cioè quel gruppo di deportati cui venivaaffidata la gestione delle camere a gas e dei crematori e adibiti ad una serie varia di mansioni. Essi dovevano condurre i prigionieri nudi alla loro morti nelle camere a gas e mantenere l’ordine; trascinare poi fuori i cadaveri chiazzati di rosa e di verde per effetto dell’acido cianidrico e lavarli con getti d’acqua; controllare che negli orifizi dei corpi non fossero nascosti oggetti preziosi; cavare i denti d’oro dalle mascelle; tagliare i capelli delle donne e lavarli; trasportare i cadaveri nei crematori e liberare i forni dalle ceneri residue). “All’incontro assistono altri militi delle SS e il resto della squadra, parteggiano, scommettono, applaudono e incoraggiano i giocatori, come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita si svolgesse sul campo di un villaggio” (Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1982, p. 40). A qualcuno questa partita potrà forse apparire come una breve pausa di umanità in mezzo a un orrore infinito. A miei occhi invece, come a quelli dei testimoni, questa partita, questo momento di normalità, è il vero orrore del campo. Poiché possiamo, forse, pensare che i massacri siano finiti – anche se qua e là si ripetono, non troppo lontani da noi. Ma quella partita non è mai finita, è come se durasse ancora, ininterrottamente. Essa è la cifra perfetta ed eterna della zona grigia che non conosce tempo ed è in ogni luogo. Di là viene l’angoscia e la vergogna dei superstiti [...]. Ma anche la nostra vergogna, di noi che non abbiamo conosciuto i campi e che pure assistiamo, non si sa come, a quella partita, che si ripete in ogni partita dei nostri stadi, in ogni trasmissione televisiva, in ogni quotidiana normalità. Se non riusciamo a capire quella partita, a farla cessare, non ci sarà mai speranza“ (Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati e Boringhieri, 1998, p.24).
ps nella foto, un po’ d’allenamento prima della partita.


COMMENTS
No Comments