Antonio Pascale “Questo è il paese che non amo”, Minimum Fax, 2010, pag.188, euro12.(pubblicato su L’Indice dei Libri del mese- Luglio-Agosto 2010).
“A che punto è la notte?” potrebbe essere l’interrogazione di sapore biblico con la quale compendiare il senso di questo nuovo libro di Antonio Pascale, prolifico autore d’origine casertana, giunto ora alla sua decima opera, la seconda per i tipi della Minimum Fax. In effetti, la notte di cui parla Pascale è quella che da almeno tre decenni avvolge con le sue tenebre ‘lunghe ed inquiete’ il nostro paese, senza che si profili il timido baluginare di un’alba prossima ventura. Un reportage su “Trent’anni nell’Italia senza stile”come enuncia il sottotitolo, ruvido quanto efficace, dove l’autore ci spiega, annodando fili eterogenei e disparati, lo stato delle cose in quello che un tempo era il Belpaese. Una notte italiana, quella che ci mostra Pascale, attraversata dal trionfo incontrastato dell’industria culturalpubblicitaria, dominata dall’imperativo categorico della spettacolarizzazione di circenses sempre più volgari e demenziali, asservita al dominio di un edonismo narcisista prono esclusivamente alla causa del mercato e del consumo. Un paese dove tranquillamente la cultura, l’intelligenza e la riflessione vengono additate tout court come disvalori tra l’indifferenza generale. Così tutto ciò che dovrebbe tentare almeno di scalfire questo stato di cose -per esempio, assumere, come fa Pascale, il carico di una intellettualità autentica, capace di esercitare un pensiero critico e problematico teso a rifiutare la logica della semplificazione e ad accogliere la sfida della complessità, senza abdicare all’esercizio dell’ analisi e dell’osservazione, guardare e capire le cose grazie alla forza pura della ragione e della passione- è sistematicamente sostituito dalla grottesca sfilata di pseudo maître à penser che, invece di sgombrare le macerie di questo trentennio consolatorio ed anestetico, puntellano allegramente le rovine. Ecco allora, in tragicomica successione, “l’intellettuale vip, il tuttologo moraleggiante, l’imbonitore spettacolare, il trasgressore programmatico”( così fotografava la situazione Ferroni in una recente intervista sul sito http://nuke.ilsottoscritto.it). Poi, per fortuna, si apre un testo come questo di Antonio Pascale e si legge, sin dalla primissima pagina, una fondamentale dichiarazione d’intenti: la rivendicazione di una scelta coraggiosa ed umile, in netta controtendenza rispetto ai modelli ferroniani succitati, quella cioè di autoindividuarsi come un intellettuale al servizio, un soggetto pensante in grado di far luce nella notte, indicando e citando libri ed articoli, ragionando su fatti ed eventi, sciorinando dati e situazioni. Basterebbe la nutrita, eterogenea bibliografia, posta dall’autore in esergo, dei libri e degli autori di cui si occupa in questa sua indagine colta e puntuale per avere una consistente guida ragionata alla comprensione ed analisi di questi anni. È una passione fredda quella che muove questo libro di Pascale: una freddezza che non significa però cinismo o disincanto o rinuncia, ma semmai una volontà di esperire un’idea, una teoria valida, facendosi largo in mezzo al ginepraio di un’informazione sempre più malmostosa e tendenziosa, che agisce sempre più come strumento di distrazione di massa, dirottando la sua attenzione su questioni del tutto vacue ed irrilevanti. Pascale si muove invece come se fosse un detective dello spirito critico, un conradiano secret sharer agli ordini di un’intelligenza che non abdica alla tentazione del batticuore e dell’irrazionalità o della supina acquiescenza alle mode più mainstream, ai dispositivi del consenso di massa e del ‘così fan tutti’. Per l’autore, è infatti proprio l’emotività uno dei pericoli maggiori, quella che si frappone fra l’evento e la comprensione dello stesso: “[…]vista e considerata la situazione del nostro paese, dove è proprio il tasso di emotività, sempre così acceso, solenne e alato, che ci spinge a smettere di pensare[…] possiamo spingerci ad affermare che quel complesso di reazioni labili e veloci che i primatologi chiamano ‘emozioni’ può abbassare la nostra comprensione del dolore del mondo o perlomeno renderla parziale?” Si capisce facilmente anche da questa citazione che Pascale, da buon investigatore alla ricerca del senso perduto, ricorre volentieri ad una sorte di modularità espressiva che viene continuamente reiterata alla stregua di un rivelatore tic sintattico-verbale: procedere per interrogazioni assillanti ed incalzanti, sempre supportate da una mole di fatti e questioni. Pascale ci spiega che quello della pursuit of happiness a tutti i costi è solo un equivoco e che ad essa va sostituito piuttosto ‘il diritto all’inquietudine’: “se non possiamo essere per forza felici, dobbiamo accontentarci di essere intelligenti, e dunque indagare, indagare, indagare” . Ma volendo rinvenire un difetto in questo libro non banale, si può dire che talvolta l’autore pare sopraffatto da una specie di empito didascalico, di furor pedagogicus che non corrobora sempre la potenza del ragionamento e della analisi. Comunque, un libro che resta, un’opera necessaria ed importante.



COMMENTS
No Comments