Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

FAMOLO LENTO?

«Finora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profondius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso»(Alexander Langer, La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà come socialmente desiderabile, intervento ai Colloqui di Dobbiaco, settembre 1994). Così asseriva Alexander Langer più o meno un anno prima della scelta di porre fine al proprio involontario soggiorno sulla terra  il 3 luglio 1995 a Firenze, al Pian de’ Giullari, impiccandosi ad un albicocco. Oggigiorno, a prendere atto dalla continua proliferazione di nuove sigle ( Slow Food, Slow Travel, Slow Life,… ), sembrerebbe che l’ auspicio del compianto Alex Langer, ex leader di Lotta Continua e dei Verdi, riscuota proprio nell’epoca dominata dalla dromologia ( così si chiama quella nuova categoria inventata dal filosofo Paul Virilio ad indicare la scienza che studia la velocità), un consenso sempre più vasto ed inaspettato. S’allarga infatti la tribù dei sostenitori e cultori della Lentezza, i Partigiani dello Slow is Beatiful, del ‘Famolo Lento’ piuttosto che strano; gli ultimi arrivati ad ingrossare le fila di questi irriducibili cultori dell’insostenibile lentezza dell’essere sono i seguaci dello Slow Reading, cioè del leggere con lentezza. Ne parlava, con qualche eccesso semplificativo, la Repubblica qualche giorno fa mescolando opinioni ed argomenti magari poco irrelati fra loro. Bastava aprire il computer e scoprire per esempio che già da tempo on line c’è un interessante, versatile sito web che si onora di far campeggiare la lentezza come proprio motto araldico: www.letturalenta.net. Ma questa fregola del famòlo lento, questo invito all’ossimorica caoticità del Festina lente è anche una specie di espediente e di risposta all’ emergenza di quella sindrome sempre più diffusa che è l’ attention span, ossia la capacità di rimanere concentrati su di un testo o su di una questione che richieda un minimo di applicazione intellettuale; da studi specialistici, l’attention span appare infatti in netto ribasso, soprattutto tra i giovani, addomesticati ormai alla convulsa rapidità delle comunicazioni via sms, facebook, Twitter et similia, tutte all’insegna dell’iperfast, del ‘diciamoci poco, ma subito’. E quindi: val la pena consacrarsi allo Slow sempre e comunque o è ancora lecito nutrire qualche dubbio, pur senza per questo schierarsi nella pletora dei dromomani? Certo: se si deve affrontare l’avvolgente prosa di quella cattedrale in forma di romanzo che è la Recherche di Proust o seguire con empatica aderenza le ondivaghe ruminazioni mentali di Mr. Leopold Bloom, il protagonista dell’Ulisse joyciano, la lentezza diventa uno strumento di navigazione indispensabile, la provvidenziale bussola che impedisce al lettore-navigante di perdersi in quei flutti e marosi che paiono di inusitata maestosità e potenza di fronte alle quiete, piccole, inquinanti basse maree di tanta letteratura(?) contemporanea. Scrive Andrea Cortellessa: “Perché si dovrebbe leggere con lentezza, in un mondo che da tempo ha scelto di andare al massimo della velocità, precipitandosi verso la fine col piede a tavoletta sull’acceleratore? Se si legge con lentezza lo si fa nella speranza – o nell’illusione – che la lettura che oggi abbiamo scelto per noi non equivalga al “consumo” del libro, al facile trangugiare del testo che quel libro ci trasmette. Ci illudiamo che quelle parole non si lascino “consumare” tanto facilmente; che oppongano resistenza, che si manifestino alla nostra coscienza per durare. Si spera insomma che la sostanza misteriosa, che sospettiamo e speriamo sia contenuta in quelle pagine, nell’attraversarci non ci lasci indenni, non scorra via sulla nostra pelle senza fare attrito. Vorremmo al contrario che quelle parole agiscano, sul nostro metabolismo intellettuale e sentimentale, come uno di quei farmaci che si definiscono “a lento rilascio”; che una volta depositati nella coscienza si illuminino a distanza, come – dice Gadda nel Pasticciaccio – certe «teoretiche idee […] sui casi degli uomini: e delle donne» che il dottor Ingravallo ogni tanto enunciava: «quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. “Già!” riconosceva l’interessato: “il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto”». Ecco: i libri da leggere con lentezza sono quelli che, in un modo o nell’altro, ci impongono questo «misterioso tempo incubatorio». Sono libri scritti nel tempo: per questo a loro volta ci richiedono tempo. Promettendoci in cambio, però, di donarci in futuro altro tempo. Sappiamo che daremo loro ragione, prima o poi: magari a distanza di anni.”. Tutto bene, certo e giusto. Ma quante sono le “teoretiche idee” ingravalliane, quanti “zolfanelli illuminatori” brillano di luce postuma di fronte alla impressionante mole di libri editi, di pessima letteratura che tracima e corrode, che urta e annichila? E allora quando ci si imbatte in quella letteratura che possiamo tranquillamente equiparare al junk food americano, quella letteratura-spazzatura che, di primo acchito, ci riempie e ci nutre, ci gratifica e consola, ma che, a lungo andare, rende il corpo obeso, la mente pigra, l’anima inerte, dovremmo davvero, in omaggio alla Dea Lentezza, masticarla ed assimilarla con posa quieta e riflessiva da provetti Slow Reader? Ecco prospettarsi davanti ai nostri occhi uno dei peggiori incubi ad occhi aperti che possono capitare: essere sottoposti ad una tortura che neppure a Guantanamo o ad Abu Ghraib hanno saputo concepire: essere costretti a leggere con lentezza i primi 5 titoli piazzati nella classifica dei bestseller italiani.

(Nella foto: il blogger fugge poco lentamente di fronte alla prospettiva-incubatoria appalesatasi nelle ultime righe)

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COMMENTS

4 Comments

  1. Luca Tassinari

    luglio 20th, 2010 09:37 AM

    Nel finale sei passato (rapidamente!) dall’incubazione all’incubo, e che incubo!

    In effetti la lentezza sta correndo il rischio di diventare moda a colpi di Slow-qualcosing, con la promessa implicita (e falsa) che vivere lentamente sia un “vantaggio competitivo” (brrrr!) nell’agone della vita. In realtà, almeno nel mio caso, la lentezza è più una questione ontologica (essere lento) che pratica (fare lentamente).

    Quanto al leggere lentamente, sono d’accordo: non è una modalità adatta a qualsiasi libro.

  2. Wasting time « letturalenta

    luglio 20th, 2010 12:03 PM

    [...] Linnio Accorroni sulla lentezza in generale e sulla lettura lenta in particolare. Paolo Nori sul perdere tempo. E Otis Redding come ovvia colonna sonora. [...]

  3. Roberto Calamita

    luglio 24th, 2010 07:16 PM

    L’idea giusta ,perdon, la meno sabagliata , potrebbe essere, anziche “lettura lenta”, lettura non necessariamente veloce.
    Nei anni di ricovero forzato, ho letto molto, e a volte si poneva il problema di leggere veloce, perche il testo interessante lo avevi a disposizione per poco. Allora mi interessai ai metodi di lettura veloce. Penso sia uno strumento che bisogna conoscere, perche anche la lettura vuole una sua metodologia. Ma più di tutto è la “fame” letteraria quella che alla fine impone il ritmo , quella che percepisce la viscosità del testo e determina la sua scorrevoleza. Le mode vanno bene tutte, gli strumenti anche, purche il cervello sia collegato.
    Bruno Betelheim nel suo “un genitore quasi perfetto” mi ha portato , nel capitolo iniziale a chiudere il libro e ha pensare se io meritavo andare avanti o meno….Una esperienza che non dimentichero mai. In quel momento avevo raggiunto velocita “zero”.

  4. linnioaccorroni

    luglio 25th, 2010 07:27 AM

    ecco, “velocità zero” mi pare perfetta come espressione:-)
    ciao Roberto:grazie per essere passato da queste parti

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