Un cuore intelligente

Ecco, ti concedo un cuore saggio e intelligente… (I Re 3, 11-12)

FAMOLO LENTO?

«Finora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profondius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso»(Alexander Langer, La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà come socialmente desiderabile, intervento ai Colloqui di Dobbiaco, settembre 1994). Così asseriva Alexander Langer più o meno un anno prima della scelta di porre fine al proprio involontario soggiorno sulla terra  il 3 luglio 1995 a Firenze, al Pian de’ Giullari, impiccandosi ad un albicocco. Oggigiorno, a prendere atto dalla continua proliferazione di nuove sigle ( Slow Food, Slow Travel, Slow Life,… ), sembrerebbe che l’ auspicio del compianto Alex Langer, ex leader di Lotta Continua e dei Verdi, riscuota proprio nell’epoca dominata dalla dromologia ( così si chiama quella nuova categoria inventata dal filosofo Paul Virilio ad indicare la scienza che studia la velocità), un consenso sempre più vasto ed inaspettato. S’allarga infatti la tribù dei sostenitori e cultori della Lentezza, i Partigiani dello Slow is Beatiful, del ‘Famolo Lento’ piuttosto che strano; gli ultimi arrivati ad ingrossare le fila di questi irriducibili cultori dell’insostenibile lentezza dell’essere sono i seguaci dello Slow Reading, cioè del leggere con lentezza. Ne parlava, con qualche eccesso semplificativo, la Repubblica qualche giorno fa mescolando opinioni ed argomenti magari poco irrelati fra loro. Bastava aprire il computer e scoprire per esempio che già da tempo on line c’è un interessante, versatile sito web che si onora di far campeggiare la lentezza come proprio motto araldico: www.letturalenta.net. Ma questa fregola del famòlo lento, questo invito all’ossimorica caoticità del Festina lente è anche una specie di espediente e di risposta all’ emergenza di quella sindrome sempre più diffusa che è l’ attention span, ossia la capacità di rimanere concentrati su di un testo o su di una questione che richieda un minimo di applicazione intellettuale; da studi specialistici, l’attention span appare infatti in netto ribasso, soprattutto tra i giovani, addomesticati ormai alla convulsa rapidità delle comunicazioni via sms, facebook, Twitter et similia, tutte all’insegna dell’iperfast, del ‘diciamoci poco, ma subito’. E quindi: val la pena consacrarsi allo Slow sempre e comunque o è ancora lecito nutrire qualche dubbio, pur senza per questo schierarsi nella pletora dei dromomani? Certo: se si deve affrontare l’avvolgente prosa di quella cattedrale in forma di romanzo che è la Recherche di Proust o seguire con empatica aderenza le ondivaghe ruminazioni mentali di Mr. Leopold Bloom, il protagonista dell’Ulisse joyciano, la lentezza diventa uno strumento di navigazione indispensabile, la provvidenziale bussola che impedisce al lettore-navigante di perdersi in quei flutti e marosi che paiono di inusitata maestosità e potenza di fronte alle quiete, piccole, inquinanti basse maree di tanta letteratura(?) contemporanea. Scrive Andrea Cortellessa: “Perché si dovrebbe leggere con lentezza, in un mondo che da tempo ha scelto di andare al massimo della velocità, precipitandosi verso la fine col piede a tavoletta sull’acceleratore? Se si legge con lentezza lo si fa nella speranza – o nell’illusione – che la lettura che oggi abbiamo scelto per noi non equivalga al “consumo” del libro, al facile trangugiare del testo che quel libro ci trasmette. Ci illudiamo che quelle parole non si lascino “consumare” tanto facilmente; che oppongano resistenza, che si manifestino alla nostra coscienza per durare. Si spera insomma che la sostanza misteriosa, che sospettiamo e speriamo sia contenuta in quelle pagine, nell’attraversarci non ci lasci indenni, non scorra via sulla nostra pelle senza fare attrito. Vorremmo al contrario che quelle parole agiscano, sul nostro metabolismo intellettuale e sentimentale, come uno di quei farmaci che si definiscono “a lento rilascio”; che una volta depositati nella coscienza si illuminino a distanza, come – dice Gadda nel Pasticciaccio – certe «teoretiche idee […] sui casi degli uomini: e delle donne» che il dottor Ingravallo ogni tanto enunciava: «quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. “Già!” riconosceva l’interessato: “il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto”». Ecco: i libri da leggere con lentezza sono quelli che, in un modo o nell’altro, ci impongono questo «misterioso tempo incubatorio». Sono libri scritti nel tempo: per questo a loro volta ci richiedono tempo. Promettendoci in cambio, però, di donarci in futuro altro tempo. Sappiamo che daremo loro ragione, prima o poi: magari a distanza di anni.”. Tutto bene, certo e giusto. Ma quante sono le “teoretiche idee” ingravalliane, quanti “zolfanelli illuminatori” brillano di luce postuma di fronte alla impressionante mole di libri editi, di pessima letteratura che tracima e corrode, che urta e annichila? E allora quando ci si imbatte in quella letteratura che possiamo tranquillamente equiparare al junk food americano, quella letteratura-spazzatura che, di primo acchito, ci riempie e ci nutre, ci gratifica e consola, ma che, a lungo andare, rende il corpo obeso, la mente pigra, l’anima inerte, dovremmo davvero, in omaggio alla Dea Lentezza, masticarla ed assimilarla con posa quieta e riflessiva da provetti Slow Reader? Ecco prospettarsi davanti ai nostri occhi uno dei peggiori incubi ad occhi aperti che possono capitare: essere sottoposti ad una tortura che neppure a Guantanamo o ad Abu Ghraib hanno saputo concepire: essere costretti a leggere con lentezza i primi 5 titoli piazzati nella classifica dei bestseller italiani.

(Nella foto: il blogger fugge poco lentamente di fronte alla prospettiva-incubatoria appalesatasi nelle ultime righe)

Una lunga, lunga notte: Pascale e l’Italia.

Antonio Pascale “Questo è il paese che non amo”, Minimum Fax, 2010, pag.188, euro12.(pubblicato su L’Indice dei Libri del mese- Luglio-Agosto 2010).

“A che punto è la notte?” potrebbe essere l’interrogazione di sapore biblico con la quale compendiare il senso di questo nuovo libro di Antonio Pascale, prolifico autore d’origine casertana, giunto ora alla sua decima opera, la seconda per i tipi della Minimum Fax. In effetti, la notte di cui parla Pascale è quella che da almeno tre decenni avvolge con le sue tenebre ‘lunghe ed inquiete’ il nostro paese, senza che si profili il timido baluginare di un’alba prossima ventura. Un reportage su “Trent’anni nell’Italia senza stile”come enuncia il sottotitolo, ruvido quanto efficace, dove l’autore ci spiega, annodando fili eterogenei e disparati, lo stato delle cose in quello che un tempo era il Belpaese. Una notte italiana, quella che ci mostra Pascale, attraversata dal trionfo incontrastato dell’industria culturalpubblicitaria, dominata dall’imperativo categorico della spettacolarizzazione di circenses sempre più volgari e demenziali, asservita al dominio di un edonismo narcisista prono esclusivamente alla causa del mercato e del consumo. Un paese dove tranquillamente la cultura, l’intelligenza e la riflessione vengono additate tout court come disvalori tra l’indifferenza generale. Così tutto ciò che dovrebbe tentare almeno di scalfire questo stato di cose -per esempio, assumere, come fa Pascale, il carico di una intellettualità autentica, capace di esercitare un pensiero critico e problematico teso a rifiutare la logica della semplificazione e ad accogliere la sfida della complessità, senza abdicare all’esercizio dell’ analisi e dell’osservazione, guardare e capire le cose grazie alla forza pura della ragione e della passione- è sistematicamente sostituito dalla grottesca sfilata di pseudo maître à penser che, invece di sgombrare le macerie di questo trentennio consolatorio ed anestetico, puntellano allegramente le rovine. Ecco allora, in tragicomica successione, “l’intellettuale vip, il tuttologo moraleggiante, l’imbonitore spettacolare, il trasgressore programmatico”( così fotografava la situazione Ferroni in una recente intervista sul sito http://nuke.ilsottoscritto.it). Poi, per fortuna, si apre un testo come questo di Antonio Pascale e si legge, sin dalla primissima pagina, una fondamentale dichiarazione d’intenti: la rivendicazione di una scelta coraggiosa ed umile, in netta controtendenza rispetto ai modelli ferroniani succitati, quella cioè di autoindividuarsi come un intellettuale al servizio, un soggetto pensante in grado di far luce nella notte, indicando e citando libri ed articoli, ragionando su fatti ed eventi, sciorinando dati e situazioni. Basterebbe la nutrita, eterogenea bibliografia, posta dall’autore in esergo, dei libri e degli autori di cui si occupa in questa sua indagine colta e puntuale per avere una consistente guida ragionata alla comprensione ed analisi di questi anni. È una passione fredda quella che muove questo libro di Pascale: una freddezza che non significa però cinismo o disincanto o rinuncia, ma semmai una volontà di esperire un’idea, una teoria valida, facendosi largo in mezzo al ginepraio di un’informazione sempre più malmostosa e tendenziosa, che agisce sempre più come strumento di distrazione di massa, dirottando la sua attenzione su questioni del tutto vacue ed irrilevanti. Pascale si muove invece come se fosse un detective dello spirito critico, un conradiano secret sharer agli ordini di un’intelligenza che non abdica alla tentazione del batticuore e dell’irrazionalità o della supina acquiescenza alle mode più mainstream, ai dispositivi del consenso di massa e del ‘così fan tutti’. Per l’autore, è infatti proprio l’emotività uno dei pericoli maggiori, quella che si frappone fra l’evento e la comprensione dello stesso: “[…]vista e considerata la situazione del nostro paese, dove è proprio il tasso di emotività, sempre così acceso, solenne e alato, che ci spinge a smettere di pensare[…] possiamo spingerci ad affermare che quel complesso di reazioni labili e veloci che i primatologi chiamano ‘emozioni’ può abbassare la nostra comprensione del dolore del mondo o perlomeno renderla parziale?” Si capisce facilmente anche da questa citazione che Pascale, da buon investigatore alla ricerca del senso perduto, ricorre volentieri ad una sorte di modularità espressiva che viene continuamente reiterata alla stregua di un rivelatore tic sintattico-verbale: procedere per interrogazioni assillanti ed incalzanti, sempre supportate da una mole di fatti e questioni. Pascale ci spiega che quello della pursuit of happiness a tutti i costi è solo un equivoco e che ad essa va sostituito piuttosto ‘il diritto all’inquietudine’: “se non possiamo essere per forza felici, dobbiamo accontentarci di essere intelligenti, e dunque indagare, indagare, indagare” . Ma volendo rinvenire un difetto in questo libro non banale, si può dire che talvolta l’autore pare sopraffatto da una specie di empito didascalico, di furor pedagogicus che non corrobora sempre la potenza del ragionamento e della analisi. Comunque, un libro che resta, un’opera necessaria ed importante.

A tua immagine e somiglianza

“I giardini non sono affatto tristi. Non sono nemmeno allegri, ma, a chi vuol guardare, dicono molto sugli esseri umani che li governano.”( Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini, Laterza, 2010). Proprio vero: datemi un giardino e vi spiegherò chi abita lì.

Loro sono meglio di noi.

Loro certo, quando lo vogliono, sono meglio di noi.

L’hanno ricordata magnificamente la loro Zanna [1]( e in questo bisillabico pseudonimo esotico c’era già tutta la sua personalità: avorio e lancia, candore e fierezza, lucidità e puntiglio) l’altro giorno in quella aula magna piena, per una volta tanto, di commozione e di antiretorica. L’hanno ricordata certo, per quella volta che, in gita scolastica, aveva percorso, tutta l’Acropoli su tacchi a spillo, per le sue lezioni tenute in una specie di suo peculiare idioletto, un pidgin originalissimo dove italiano, latino, inglese, tedesco si amalgamavano fluentemente, per i suoi capelli a tre tinte diverse, per le sue mise indimenticabili, chic ed originalissime che portava con consumata nonchalance; per i suoi consigli bibliografici sempre anticonvenzionali e la sua capacità di affrontare un autore ed un testo fuori dai canoni ultratradizionali seguiti da alcuni suoi esimi colleghi, quelli per cui se Sapegno è già uno spericolato avanguardista, pensa te cosa può rappresentare Ferroni [2], che lei aveva adottato già millanta anni fa, per i suoi racconti estemporanei e bizzarri, scritti lì per lì, piccoli apologhi filosofici da Esopo degli anni zero pieni di animali loici e dialettici, dove rispondeva da par suo, con il sarcasmo acuminato e feroce che sapeva sfoggiare quando era il caso, a qualche sgarbo fattogli da zelanti colleghi. L’hanno ricordata per la sua capacità di pungolare nei giovani uno spirito critico sempre più latente e marginale, demolito dalla religione della merce e del consumo, per quella volta che s’era dimenticata che era giorno di  compito in classe di italiano ed aveva dettato le tracce in presa diretta, appoggiata al termosifone, per quella sua eclettica svagatezza che era invece solo una forma d’intelligenza e d’ironia, mentre altri sussurravano  fosse solo frivolezza. A ricordarla così sono stati i suoi studenti: ed ogni ricordo, in un patetico moto da climax ascendente, era più emozionante e toccante del precedente. Poi le parole di Baudelaire e Mario Luzi, le note di Chopin e James Taylor. Ecco per che cosa saremo ricordati, cari colleghi, dai ‘nostri’ studenti un giorno: non certo per la professionalità con la quale espletiamo quelle incombenze burocratico-amministrative che pesano tanto tristemente sulla nostra professione; o per la diligenza con la quale compiliamo il registro, o per la cura che mettiamo nel redigere la programmazione iniziale e il programma finale. Per saper fare bne queste cose, non occorre essere un insegnante: basta essere un Akakij Akakievic qualsiasi, vero Zanna ?


[1] Adriana Zannini insegnava presso il liceo di Osimo(An). È scomparsa improvvisamente a soli 61 anni, quasi un mese fa.

[2] Giulio Ferroni è, oltre che professore universitario e critico  letterario, anche autore di un manuale di letteratura italiana edito dall’Einaudi.

Una infinita partita di calcio

“Ebbene, Levi riferisce che un testimone, Miklos Nyiszli, uno dei pochissimi sopravvissuti dell’ultima squadra speciale di Auschwitz, ha raccontato di aver assistito, durante una pausa del “lavoro”, a una partita di calcio tra SS e rappresentanti del Sonderkommando ( N.d.B.: il Sonderkommando, cioè quel gruppo di deportati cui venivaaffidata la gestione delle camere a gas e dei crematori e adibiti ad una serie varia di mansioni. Essi dovevano condurre i prigionieri nudi alla loro morti nelle camere a gas e mantenere l’ordine; trascinare poi fuori i cadaveri chiazzati di rosa e di verde per effetto dell’acido cianidrico e lavarli con getti d’acqua; controllare che negli orifizi dei corpi non fossero nascosti oggetti preziosi; cavare i denti d’oro dalle mascelle; tagliare i capelli delle donne e lavarli; trasportare i cadaveri nei crematori e liberare i forni dalle ceneri residue). “All’incontro assistono altri militi delle SS e il resto della squadra, parteggiano, scommettono, applaudono e incoraggiano i giocatori, come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita si svolgesse sul campo di un villaggio” (Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1982, p. 40). A qualcuno questa partita potrà forse apparire come una breve pausa di umanità in mezzo a un orrore infinito. A miei occhi invece, come a quelli dei testimoni, questa partita, questo momento di normalità, è il vero orrore del campo. Poiché possiamo, forse, pensare che i massacri siano finiti – anche se qua e là si ripetono, non troppo lontani da noi. Ma quella partita non è mai finita, è come se durasse ancora, ininterrottamente. Essa è la cifra perfetta ed eterna della zona grigia che non conosce tempo ed è in ogni luogo. Di là viene l’angoscia e la vergogna dei superstiti [...]. Ma anche la nostra vergogna, di noi che non abbiamo conosciuto i campi e che pure assistiamo, non si sa come, a quella partita, che si ripete in ogni partita dei nostri stadi, in ogni trasmissione televisiva, in ogni quotidiana normalità. Se non riusciamo a capire quella partita, a farla cessare, non ci sarà mai speranza (Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati e Boringhieri, 1998, p.24).

ps nella foto, un po’ d’allenamento prima della partita.

I miei Hopper preferiti:Dennis Hopper 17 maggio 1936 – 29 maggio 2010

Tre sono gli Hopper che piacciono a me:

1) Il fotografo americano, stravolta rilettura del fool shakesperiano e servo felice del Kurtz secondo Brando che introduce con un delirante monologo i malcapitati nel cuore tenebroso dell’ Averno vietnamita ( cfr. Apocalipse now, 1979)
2) Il babbo alcolizzato e lacero, Laio melanconico di una progenie maschile tanto scombinata da non saper tentare neppure un  felice parricidio ( Matt Dillon e uno stranito Mickey Rourke come Amleto in motocicletta), che si difende dalla vita dedicandosi ad una sua privata dépense ( cfr. Rusty il selvaggio, 1983)
3) Il look da commesso viaggiatore del mercante d’arte Bruno Bischofberger, golpe e lione, che sa come monetizzare la follia dolce di Basquiat trasformando alchemicamente l’aura in dollari. ( cfr. Basquiat,1996)

37, 25 anzi 7.

A un’età veneranda ho cominciato a scoprire che molte persone erano interessate al mio lavoro in tutto il mondo. Mi sembra strano, perchè mi ricordo di aver pubblicato un libro – dev’essere stato nel lontano 1932, mi pare- e alla fine dell’anno di aver scoperto che ne erano state vendute niente meno che 37 copie”. A parlare così è Jorge Luis Borges ( citazione di secondo grado: riprendo il brano infatti da ‘Letture’ di George Steiner, Garzanti, 2010). Borges esalta quegli happy few che s’erano accostati alla sua opera riflettendo sui motivi della felicità che gli derivava dall’esiguità del numero dei suoi lettori: una gioia paradossale questa, in netta controtendenza con ciò che ogni scrittore, nell’atto stesso della pubblicazione, ragionevolmente si augura. Infatti questi 37 lettori avevano per Borges una peculiarità che li rendeva preziosi e, in un certo senso, ‘ideali’: erano pochi e, in quanto tali, erano ‘reali’o quantomeno immaginabili: “ quelle persone sono reali, nel senso che ognuno di loro ha una faccia tutta sua, una famiglia, vive in una determinata strada. Perché se si vendono 2000 copie, è la stessa cosa che non averne venduta neanche una, perché 2000 sono troppe da cogliere per l’immaginazione. Forse sarebbe stato meglio 7 o 17”

Manzoni era molto più modesto di Borges, una modestia la sua che s’accresceva poi con l’aumentare delle pagine del romanzo: all’inizio, nel primo capitolo de ‘I promessi sposi’, aveva sparato infatti la folle cifra di… 25 lettori: “Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato”. Nel nono capitolo, don Lisander fa ammenda, ridimensionando la cifra iniziale: “Quando fu vicino alla porta del borgo, fiancheggiata allora da un antico torracchione mezzo rovinato, e da un pezzo di castellaccio, diroccato anch’esso, che forse dieci de’ miei lettori possono ancor rammentarsi d’aver veduto in piedi, il guardiano si fermò, e si voltò a guardar se gli altri venivano;”.

Ma poi sono davvero così determinanti le cifre, le statistiche, i numeri? Basta girare per librerie per capire che chi fa davvero il successo di un libro non è il lettore consapevole ed informato, quello che legge dopo essersi documentato su litblog, inserti culturali, terze pagine, riviste, ma la tribù dei felici molti, quella dei ‘non lettori’. Quelli che entrano in libreria una volta l’anno e comprano un libro magari perché hanno visto l’autore da Fazio o da Marzullo, perché vogliono fare una buona impressione e regalarlo ad un’amica che legge, perché hanno visto che in spiaggia tutti leggevano quell’autore: “I grandi successi presuppongono lettori ignari, lettori che non solo non leggono le recensioni, ma neppure sanno che esistono” chiosa molto sagacemente Manganelli.

Il 3 di Giacinto Cambiasso

La cosa più bella l’ha fatta ieri sera Esteban Cambiasso, quando, durante i festeggiamenti, ha indossato quella maglia retrò che sembrava disegnata da un volenteroso sarto di campagna, a strisce larghe ed asimmetriche, con una sola piccola, fulgida stella appuntata dalle parti del cuore, senza l’onta di alcuna sponsorizzazione. Sulla schiena campeggiava un enorme, austero 3, senza nome né altri inutili orpelli: una maglietta che sapeva di lucciole pasoliniane e d’Italia che cominciava ad interrogarsi sul boom già terminato, che sapeva di un calcio pretelevisivo e ancora quasi naif; una maglietta che sembrava uscire direttamente da una poesia di Vittorio Sereni. Cambiasso ha voluto omaggiare così la memoria del grande Giacinto Facchetti, delle sue rivoluzionarie scorribande sulla fascia sinistra in un’epoca in cui i terzini erano ancora semplicemente marcatori e distruttori del gioco altrui, delle sue gambe lunghe e slanciate come quelle di un Nijinsky che doveva misurarsi su prati mal tosati, della sua eleganza e raffinatezza che sembravano dissonanti in un contesto dove trionfavano i picchiatori, i podisti dai piedi maldestri, i piedi buoni che correvano da fermi.

PS nel sciocchezzaio televisivo postpartita un giornalista che ha passato, come uno sgarbi qualsiasi, parte del suo tempo a pettinarsi le canute chiome, tra le tante castronerie dette, ha anche sottolineato il fatto che ha visto sventolare, dai giocatori interisti, bandiere macedoni, serbe, argentine, brasiliane, camerunesi,… mentre mancavano quelle italiane. Al di là del fatto che proprio questo cosmopolitismo pallonaro dovrebbe essere motivo di ulteriore gioia ed orgoglio, al di là del fatto che la retorica sulla Patria è solitamente l’ultimo rifugio degli imbecilli, il giornalista tricomane non solo fingeva di non sapere che la squadra che ha vinto la Champions ieri sera si chiama Internazionale ( nomen omen), ma dimostrava anche di non conoscere la sua storia. Eccola qui, in breve. La sera del 9 marzo1908, una quarantina di dissidenti del Milan, in polemica con la decisione della società di non far giocare gli stranieri, si diedero appuntamento in un ristorante milanese e fondarono un’altra squadra: “Nascerà qui, al ristorante “L’Orologio” , ritrovo di artisti e sarà per sempre una squadra di grande talento. […] Si chiamerà Internazionale, perché noi siamo fratelli del mondo”.

Edoardo Sanguineti (1930-18 maggio 2010)

 

incidetele a lettere di scatola, miei lettori testamentari (e parlo ai miei scolari,

gli ipocriti miei figli, i filoproletari che tanto mi assomigliano, innumerevoli,

ormai, come i grani di sabbia del vacuo mio deserto), queste parole mie, sopra

                                                                                                                                               [la tomba

mia, con la saliva, intingendovi un dito nella bocca: (come io lo intingo, adesso,

tra gli eccessivi ascessi delle algide mie gengive):

me la sono goduta, io, la mia

                                                                                                                                                     [vita:

La poesia  di Sanguineti è tratta da ’Corollario’; la foto di Mario Dondero l’ho ‘rubata’ da Vibrisse.

La poesia è, e non poteva essere diversamente, anche in memoriam della collega  Adriana, scomparsa il giorno dopo la morte del grande poeta, in una maniera quasi altrettanto assurda e casuale. Non la conoscevo,  ma mi colpiva per la serietà, la discrezione e passione con la quale si cimentava nelle faccende scolastiche e non.  Spero che anche per lei sia valsa l’incisione che il più lupesco dei poeti italiani avrebbe voluto incisa a lettere di scatola  sulla sua tomba: 

me la sono goduta, io, la mia

                                                                                                                                                     [vita:

Come una garza


Ci sono i lettori ed i non lettori: i primi sono quelli che leggono i libri, i secondi sono quelli che leggono Coelho, Erri de Luca, Margaret Mazzantini. Dopo questa necessaria presentazione, una premessa anch’essa indispensabile: per essere candidati al premio Strega, l’autore deve vantare tra le sue credenziali anche una specie di lettera di presentazione scritta da uno/a dei 400 Amici della Domenica della Fondazione Bellonci. Una lettera che dovrebbe spiegare in maniera concisa, ma efficace perché quel libro, quell’autore merita la candidatura allo Strega medesimo. Ecco qui come la Margaret Mazzantini presentò due anni or sono da par suo agli Amici della Domenica il libro di Cesarina Vighy ( trascrivo la lettera da ‘Scendo. Buon proseguimento’, opera postrema della Vighy medesima):
 “ Presento agli amici della domenica il libro di C.V. “L’ultima estate”, opera di inconsueto nitore letterario. Il dialogo intimo dell’autrice con la propria menomazione produce il racconto di una vita intera, descritta con coraggio, senza alcuna garza, nuda e odorosa come un corpo malato. C.V. avanza impietosa e limpida come la sua intelligenza, non si commuove mai per se stessa, anzi ci esorta a sorridere dello sciocchezzaio umano. La materia narrativa potente e dissacrante prende il sopravvento restituendoci insieme al talento dell’autrice un segno forte che commuove eccome: la scrittura come lenitivo, come unico gesto possibile”. Alla Vighy, in verità, la lettera piacque molto tanto che nella mail dove ricopia per intero il Mazzantini-elogio, sottolinea, con un entusiastico ‘wow’, questa presentazione dell’autrice romana. Ma proviamo invece a raffreddare il giustificato entusiasmo, tipico di chi, da sconosciuta outsider come la Vighy, si trova improvvisamente illuminata dalle luci della ribalta del più mondano fra i premi letterari e quindi, obnubilata da tanta improvvisa fama, non discerne chiaramente che questa, più che una lettera di presentazione, è solo una maldestra sinossi del Mazzantini pensiero. Compitiamo allora questa ‘raccomandazione’, cogliamone tutte le callide iuncturae: “Presento agli amici della domenica il libro di C.V. L’ultima estate, opera di inconsueto nitore letterario”. Ecco: “inconsueto nitore letterario” è una di quelle idées reçues, è una di quelle formule vuote e logoratissime che dovrebbe essere cassata ab ovo da ogni scrittura, se non altro per l’abuso reiterato a cui è stata sottoposta, un abuso che ne ha compresso ogni vigore semantico. “Il dialogo intimo dell’autrice con la propria menomazione produce il racconto di una vita intera, descritta con coraggio, senza alcuna garza, nuda e odorosa come un corpo malato Ma davvero c’è scritto: “senza alcuna garza?” Ma davvero questo non è un orribile refuso? Ma se è non è un refuso, allora questa similitudine merita di entrare nel Dizionario universale del kitsch. Forse confusa dal fatto che uno dei temi centrali del libro della Vighy era la sua condizione di malata di Sclerosi Laterale Amiotrofica, la Mazzantini, travolta da un rigurgito di pietas da pasionaria delle ASL, si è sentita in obbligo di sfoggiare una insospettabile competenza infermieristica: ma sostituire il proverbiale, ultraretorico ‘velo’ ( altra logora metafora) con l’ospedaliera ‘garza’ mi sembra davvero improponibile. Ma l’acme dell’ enfatizzazione del dolorismo, l’apoteosi di quella pornografia sentimentale di cui la Mazzantini è maestra insuperabile, si ha quando la scrittrice di “Non ti muovere” scrive, senza timore alcuno, della ‘vita intera nuda e odorosa come un corpo malato’. Domanda: ma la Mazzantini è mai stata in una stanza d’ospedale, a contatto con corpi malati? Ha mai sentito quella puzza inconfondibile di medicinali, evacuazioni, peti, puzze assortite che aleggia trionfante ed insopportabile? Oppure ci vuol dire che da malati dal nostro corpo si spanderà una fragranza dolcissima e rasserenante, qualcosa che ricorda il profumo di viole che i devoti asseriscono provenire dalle piaghe di Padre Pio? Il finale è poi davvero rivelatore di ciò che la Mazzantini pensa debba essere la scrittura, la letteratura tout court: “la scrittura come lenitivo, come unico gesto possibile”. La letteratura come lenitivo, come balsamo, come oppiaceo rifugio, come pomata e decoro, la letteratura come benevola pacca sulla spalla, come riproposizione ed affermazione dell’esistente, la letteratura come un prozac in forma di parole atto a placare inquietudini e rabbie: la letteratura consolatoria e decorativa, quella che facendoci commuovere subdolamente conferma ed rinsalda lo stato di cose esistenti. La letteratura che non cambia nulla, né in noi, né nel prossimo. Io invece come Holderlin penso che lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva. Io credo nel torso dell’Apollo del Belvedere, evocato da Rilke, quello che ci dice ‘cambia la tua vita’.